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Missione Cavour: De Giorgi, “via ingegnosa per l’addestramento”

Di Michela Della Maggesa
In In Evidenza
09/04/2014
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Civitavecchia – Dopo quasi cinque mesi si è conclusa a Civitavecchia la campagna “Il Sistema Paese in Movimento” del 30° Gruppo Navale della Marina militare, composto dalla portaerei Cavour, dalla rifornitrice Etna, dalla fregata Bergamini e dal pattugliatore Borsini, poi staccatosi a seguito di un accordo tecnico di cooperazione con la Marina del Mozambico. Partite dallo stesso porto il 13 novembre, le navi hanno toccato il Canale di Suez, il Golfo Arabico e gli Oceani Indiano e Atlantico, compiendo il periplo del continente africano. Durante i quasi 5 mesi di campagna navale, fermandosi in 20 differenti nazioni, il 30° Gruppo ha svolto – fanno sapere a Civitavecchia – “attività di addestramento, sicurezza marittima, antipirateria, cooperazione, sostegno alle Marine dei Paesi visitati, supporto alla politica estera nazionale, assistenza umanitaria e attività di promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane”. Delle finalità e dei risultati di questa missione, che nei suoi 147 giorni di durata, ha coinvolto circa 1.200 persone, abbiamo parlato con il capo di stato maggiore della Marina Militare, ammiraglio di squadra Giuseppe De Giorgi.

Ammiraglio, ci spiega meglio i risultati conseguiti con le Marine dei Paesi toccati dal Gruppo?

Abbiamo sottoscritto un accordo molto importante con la Marina del Mozambico, finalizzato a sviluppare modalità di addestramento congiunto per l’antipirateria. La Marina del Mozambico è molto giovane e piccola, ma si trova ad operare in un Paese che ha davanti a sé una forte crescita in  acque dove vi è una quantità immensa di gas naturale – forse il più grande giacimento al mondo -, e che per questo verrà afflitta presto dalla presenza dei pirati. Per il Paese e anche per noi è quindi molto importante sviluppare tattiche comuni per operare assieme. L’idea di base è quella di aiutare le Marine rivierasche di tutti questi Paesi ad occuparsi della loro sicurezza. Questo si fa attraverso la presenza di navi, capaci di addestrare le Marine più giovani, fornendo loro moduli operativi, come i nostri istruttori. (Durante la missione sono stati avviati altri 5 accordi di cooperazione, ndr).

Da un punto di vista industriale invece, questa campagna quali potenziali benefici ha avuto?

Abbiamo visto che nell’area sostanzialmente c’era solo la Francia, con un’attività di penetrazione molto forte. Il Mozambico ha acquisito ad esempio delle motovedette, mentre il Marocco alcune navi. L’Algeria invece ha comprato qualcosa dall’Italia e qualcosa dalla Germania. L’elemento di rilievo è che tutti i Paesi dell’area si stanno equipaggiando massicciamente, dal momento che nei prossimi 50 anni il destino e la prosperità di ognuno si giocherà sul mare. Al momento non sono previsti grossi conflitti terrestri o grandi battaglie nei cieli. Quello che sarà sempre più determinante sarà l’attività di sicurezza in alto mare e nelle zone “cerniera”, quali il Mediterraneo, sconvolto oggi da fratture di ogni genere, che vanno dai conflitti tra religioni, come ad esempio tra sciiti e sunniti, all’influenza di alcuni Paesi su altri (il riferimento è all’Iran sulla Siria, ndr). La situazione è molto più dinamica e anche più pericolosa che in passato.

Che costi ha avuto la missione e che ruolo hanno avuto gli sponsor tra cui figurano Fincantieri e Finmeccanica?

Gli sponsor hanno pagato il carburante, noi abbiamo pagato gli stipendi, che avremmo pagato a  prescindere. Questa è stata la differenza. Per fare un’operazione del genere la Marina avrebbe dovuto spendere i soldi dei fondi di esercizio della Forza Armata, ovvero i fondi che annualmente servono a mantenere lo strumento navale, quindi manutenzione, carburante e addestramento. Questo non era nella nostra misura e quindi avremmo dovuto rinunciare. La scelta era tra far perdere agli equipaggi l’addestramento – costosissimo e difficile da recuperare – o trovare una via ingegnosa e l’abbiamo trovata. Tengo a sottolineare che la nave è di per sé una vetrina delle tecnologie della difesa. Noi abbiamo solo sollecitato l’industria a fare la sua parte e a caricarsi di una parte sostanziosa delle spese.

Esistono analoghe iniziative?

Si, ma non così sistematiche come la nostra. La “Naval Diplomacy” viene costantemente effettuata da Francia, Inghilterra e Stati Uniti, sempre più dalla Cina e dall’India. Nel Mediterraneo, in questi ultimi anni, India e Cina hanno inviato i loro gruppi navali. Noi però abbiamo fatto qualcosa di più: abbiamo trasformato quella che poteva essere una semplice operazione di promozione in un’operazione di contatto, entrando veramente in sinergia con le popolazioni locali. Non è stata la semplice visita in porto della Marina. Invece dei soliti briefing, degli incontri ad alto livello, abbiamo optato per una massiccia presenza dei nostri uomini sul territorio, per svolgere attività di ogni genere a favore della gente. Quando un gruppo navale di prestigio come questo va in quei luoghi, si innesca un grande interesse e si allacciano tutta una serie di relazioni.

La missione ha suscitato molte polemiche, come risponde alle critiche?

Nel momento in cui tu fai un’operazione del genere, innovativa e che non fa spendere soldi in più allo Stato, ma che riporta il sorriso a centinaia di bambini (il riferimento è ai 114 interventi di chirurgia maxillo facciale e ai 47 ortodontici eseguiti in 6 soste da Operation Smile nelle 2 sale operatorie del Cavour e alle 2.513 visite oculistiche fatte dalla Fondazione Francesca Rava, ndr) e che stabilisce contatti in luoghi dove eravamo assenti, quella è la migliore risposta. Dispiace constatare che certi attacchi siano mossi con tanta facilità, senza tenere conto che 1.200 italiani hanno fatto il bene del Paese in giro per il mondo. Inoltre, la campagna navale è stata un simbolo di un Paese che vuole ripartire, di una nazione che non accetta di essere vista con il cappello in mano, tremante davanti alle difficoltà. Alcune personalità salite sui nostri assetti ignoravano che fossero il frutto dell’eccellenza tecnologica italiana.

Come si conciliano le esigenze della Marina con la spending review?

Questa è la grande sfida. Vedo con interesse e anche con una certa positività la spending review, perchè nel momento in cui si è costretti a interrogarsi su quali siano le effettive priorità, le risposte arrivano poi da sole. Confido pertanto che la Marina possa avere un futuro e che, nell’ambito dell’investimento interforze, riesca a trovare quella proporzione che compete a un Paese come l’Italia.

 

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