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febbraio 2016

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
13/04/2016
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I nodi vengono al pettine e i tanti dossier rimasti nel cassetto iniziano a imporsi sulla scrivania del governo italiano. Avio, l’azienda italiana pivot del progetto Vega, da anni posseduta da un fondo di investimenti è sul mercato da molto, troppo tempo. Lo Stato vi ha investito molto dimostrando di credere nel futuro dello spazio e dei lanciatori. Nell’ultima Ministeriale Esa si è ottenuto un buon risultato. Quello che sin qui è mancato è stata una valutazione chiara sul piano della politica industriale. Finmeccanica, che pure sembrava interessata, ha dato priorità alla sua riorganizzazione e alla razionalizzazione delle sue partecipazioni. Di qui, le mire sempre più pressanti del gigante onnivoro di Airbus (in questo caso in tandem con la francese Safran) e anche di un pretendente tedesco la cui opzione peraltro potrebbe risultare interessante. L’Italia, i cui contribuenti sono parte rilevante del successo di Avio, che ruolo è destinata a giocare? L’auspicio è che l’agenzia spaziale guidata da Roberto Battiston possa, con l’aiuto di un investitore dal profilo fortemente istituzionale e con la benedizione di Palazzo Chigi, assicurare che la bandiera tricolore non sparisca da questo segmento così importante per la crescente economia dello spazio. Una soluzione in questo senso, auspicabile, non rimuoverebbe comunque il tema – tutto politico – delle alleanze internazionali. La prospettiva è tutta europea, e quindi fra Francia e Germania, o può avere senso “aprire” a intese con soggetti americani, piuttosto che provenienti dalle economie emergenti (si pensi al ruolo di fondi come Mubadala)? Prendere tempo è stato un modo per eludere il problema, ma ora il costo delle non decisioni rischia di essere troppo elevato. Lo studio può dirsi sulla proiezione militare del nostro Paese. Le truppe in Iraq sono la prova della nostra centralità nella Nato. Non basta, però. E non solo perché non è ancora chiaro cosa faremo nel caso di un intervento in Libia. La strategicità della base di Sigonella non può consentire di eludere la questione relativa alla nostra capacità di essere ben equipaggiati. L’acquisto degli F-35 non è l’unica incognita. Basti pensare al caso della missilistica o ad altri programmi. Al netto del processo di implementazione del Libro bianco, non possiamo avere forze disarmate, tanto più vivendo una fase storica di pesanti turbolenze, ma anche di grandi ambizioni sullo scacchiere internazionale. Gli investimenti in difesa non sono uno stanco ritornello di una lobby o la richiesta irrispettosa di Alleati invadenti: sono una necessità, oramai una impellenza. Idem sulla cyber-security. Il tema non è chi sarà il “generale”. La questione riguarda l’esercito, le truppe. Oggi, l’Italia non dispone di personale operativo che si occupi della sicurezza dei dati e delle informazioni. Non solo occorre razionalizzare e rafforzare i Cert, ma anche selezionare, formare e addestrare una squadra, non piccola, di professionisti del cyber. Sono fondamentali le risorse finanziarie, ma ancora di più la volontà politica. I nodi sono tanti e anche molto ingarbugliati. Se non si sciolgono, ci penseranno altri a tagliarli.

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