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Strategicamente

Di Andrea Margelletti
In Columnist
21/03/2016
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Cyberwarfare: la nuova dimensione dei conflitti

La natura pervasiva dell’Information technology (It) e dell’avvento di Internet hanno cambiato in maniera radicale il modo di condurre le nostre vite. Nel campo della competizione economica, l’enorme mole di dati in transito può essere facilmente sottratta e utilizzata per trarre vantaggi indebiti a discapito della concorrenza. Tale minaccia è particolarmente rilevante per i Paesi ad elevato know how tecnologico come il nostro che, infatti, risulta essere l’11esimo Stato più esposto ai cyber-attacchi, come emerge dalle statistiche di una nota casa internazionale produttrice di antivirus. L’evoluzione dello spazio cibernetico ha poi comportato un ulteriore cambiamento di portata epocale, ovvero lo sviluppo della dimensione cyber all’interno dei conflitti armati.

L’universo cibernetico, infatti, da ambiente attraverso cui far transitare le informazioni, è ormai diventato una dimensione da cui far partire veri e propri attacchi ai danni di infrastrutture civili e militari, con conseguenze potenzialmente assimilabili a quelle dei normali attacchi convenzionali. Per di più, la progressiva integrazione di componenti informatiche all’interno di mezzi e materiali legacy, appartenenti a Forze armate, potrebbero esporre tali sistemi all’eventualità di subire attacchi di tipo cibernetico per inficiarne l’operatività qualora non fossero adeguatamente protetti.

Di conseguenza, parallelamente allo sviluppo delle capacità difensive, i vari Paesi stanno iniziando a dotarsi anche di capacità cibernetiche di tipo offensivo, una misura dettata dalla necessità di mantenere vive, anche nella dimensione cyber, idonee capacità di deterrenza con lo scopo di dissuadere quanto più possibile eventuali azioni avversarie. Quindi, sarebbe opportuno che anche il nostro Paese, analogamente ai principali alleati europei, iniziasse a sviluppare strategie e armi cibernetiche di tipo offensivo, da abbinare al rafforzamento già in atto dei dispositivi di cyber security, al fine di modificare a proprio vantaggio il rapporto costi-benefici di eventuali azioni ostili.

L’attuale postura italiana in materia cyber dedica gran parte delle risorse disponibili al solo comparto della cyber-security, peraltro non sciogliendo dal punto di vista organizzativo alcune duplicazioni e ridondanze in tema di attribuzione delle responsabilità operative in questo ambito. Una possibile soluzione, al fine di razionalizzare gli sforzi nazionali in questo settore, potrebbe essere quella di concentrare le operazioni e le azioni di cyber-security defence in un’apposita agenzia sotto il controllo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), seguendo così il virtuoso esempio britannico del Government communications headquarters (Gchq), lasciando e concentrando, invece, le future capacità offensive alla difesa, implementando a tal fine il progetto del Comando operativo cibernetico interforze (Coci).

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