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La strategia Usa in Libia

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
22/02/2016
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Gli Stati Uniti annunciano, con fatti e parole, che in Libia seguiranno una strategia già vista: niente impegno massiccio, ma azioni puntuali di contro terrorismo dirette contro specifici e studiati obiettivi, preferibilmente leader jihadisti e minacce per attacchi all’estero (in Europa o in America).

Venerdì gli americani hanno colpito il campo di addestramento Baraiem dello Stato islamico a Sabratha, nella parte occidentale della Libia, uccidendo una quarantina di jihadisti tra cui forse diversi quadri dirigenti (l’intelligence sta ancora lavorando alle conferme). Un’attività che si sposa con quanto scritto il giorno precedente sul sito Daily Beast, in cui la giornalista Nancy Youssef ha firmato un articolo dove una fonte della Difesa americana dichiarava: “Non c’è in preparazione nulla che assomigli a un’operazione militare allargata in Libia: continueranno gli strike come quello del novembre scorso contro Abu Nabil (il capo dello Stato islamico in Libia, ucciso da un raid aereo americano, ndr)”. E un’altra aggiungeva che in preparazione non c’è nulla che somigli a un’operazione militare allargata, una risposta agli incessanti rumors che hanno accompagnato le settimane precedenti, con i giornali anonimamente informati di piani militari già in pratica operativi. Si trattava solo di spin, di un modo per sollecitare gli pseudo governi in lotta tra loro a raggiungere in fretta un accordo? Non è chiaro, semmai, stando ai fatti e al perdurare dello stallo politico, la cosa non ha funzionato.

Dunque le richieste degli ambienti militari che auspicavano di allargare l’impegno massiccio contro lo Stato Islamico in atto in Iraq e Siria anche alla Libia, magari supportandolo con l’invio di reparti speciali in modalità “combat” nell’area di Sirte (che della porzione libica del Califfato è la capitale), per il momento non sono state accolte. Il presidente Barack Obama ha ripetuto anche martedì della scorsa settimana che “darà la caccia” all’Isis “ovunque sia”, e quindi anche in Libia, ma il raid di venerdì, come ricordato da vari funzionari anonimi citati dalle testate americane, non è l’inizio di una campagna massiccia. È il proseguimento di un’attività già operativa (quella che ha ucciso Abu Nabil) o forse piuttosto è un ampliamento della “drone war”, e cioè il modo di fare la guerra dall’alto, o meglio dalla cabina di pilotaggio di un velivolo a controllo remoto posta in qualche base superprotetta: per la Libia si userebbero quella di Sigonella, forse, oppure quelle disposte nel Nordafrica, che sono in ampliamento; il Pentagono ha chiesto 500 milioni di dollari per una base ad Agadez, in Niger, da cui i Reaper potranno volare più vicini al sud della Libia (in Niger i soldati americani, canadesi, olandesi e belgi, stanno già fornendo assistenza alle truppe locali).

Droni in continua ricognizione dovrebbero servire a tracciare e leggere le mosse dello Stato Islamico, e dei sui leader, che saranno assiduamente pedinati per essere colpiti al momento opportuno. La strategia già usata in Yemen, Afghanistan (e Pakistan) e Somalia: i risultati non sono dei migliori, notano alcuni osservatori, perché lo Yemen è uno Stato distrutto da una guerra civile dove al Qaeda, che avrebbe dovuto essere dilaniata dai droni americani, ha approfittato per prendersi un terzo del Paese; in Afghanistan i talebani sono tornati attivissimi e stanno fornendo ancora rifugio ai qaedisti, in Somalia gli Shabaab sono la minaccia numero uno africana, nonostante abbiano perso qualche leader centrato dai missili americani. Problemi collaterali, le vittime civili: nell’attacco di venerdì a Sabratha sono morti due serbi, Sladjana Stankovic, addetta alle comunicazioni dell’ambasciata, e l’autista Jovica Stepic. I due erano ostaggi dello Stato islamico, apparentemente catturati da Ahmed Abashi, il capo di un clan locale dedito al traffico di clandestini verso l’Italia, che per tirar su moneta e tenersi buoni i baghdadisti ogni tanto sequestra qualche straniero e lo rivende al gruppo (un altro esempio di come il collegamento tra criminalità locale e jihadisti sia da tenere sotto osservazione).

Differentemente dal 2011, quando la Casa Bianca ascoltò i suoi consiglieri politici che invitavano all’intervento anziché i militari che chiedevano a Washington di non immischiarsi nel pantano libico, adesso Obama decide in autonomia, resta fermo, e ignora di nuovo i generali, che chiedono di intervenire e in fretta; qualche giorno fa Karim Mezran, esperto di Nord Africa dell’Atlantic Council, ha detto che se si aspetta un altro mese “forse sarà troppo tardi”. Intervistato dalla rivista specialistica Military Times, l’ammiraglio americano James Stravidis, colui che ha guidato l’operazione del 2011 per deporre il rais Muammar Gheddafi, sostiene che le azioni aeree debbano essere finalizzate ad appoggiare una qualche fazione: “La chiave sta nel cercare volonterosi, partner competenti a terra”, lavorando solo dall’alto non si ottiene niente.

Quale fazione appoggiare però non è chiaro, perché anche se Washington ha sempre mostrato inclinazione verso le componenti legate a Tobruk, va sottolineato che si tratta di realtà militarmente e politicamente non troppo forti, e comunque lunatiche, gelose, fortemente territoriali, rimarcano diversi osservatori: da ricordarsi, per esempio, quello che successe il 14 dicembre del 2015 quando un gruppo di operatori delle forze speciali americane appena arrivate all’aeroporto Al Watiyah (vicino al confine tunisino, cioè nell’immediato entroterra dell’area calda colpita con il raid di venerdì) fu rispedito indietro da una milizia che presidiava lo scalo, che era diversa da quella con cui i soldati statunitensi avevano stretto accordi.

Il colpo di Sabratha ha ricostruito quella che Guido Olimpio, corrispondente da Washington del Corriere della Sera, ha definito la “triade”: droni (e satelliti), informatori, manciate di forze speciali; gli elementi che coltivano il terreno per i raid. “L’incursione ha seguito un modello operativo consolidato, usato dagli americani dall’Iraq fino al Nord Africa centinaia di volte. Un tattica di target killing che resta la prima scelta della Casa Bianca nella lotta all’islamismo radicale”, ha scritto Olimpio. Ossia colpire i leader, o se possibile grossi raggruppamenti di miliziani (con all’interno dei leader, il Bingo fatto venerdì scorso).

L’assembramento nella casa colonica colpita dai caccia americani, pare sia legato al fatto che a recitare il sermone del venerdì c’era “Abdel Hakim Mashawat, ex membro del Gruppo libico islamico combattente, vecchia sigla del qaedismo” riporta il Corriere della Sera.

Dello stesso schema, si ricorderà, che prevede anche l’aiuto di commando a terra ma soltanto per operazioni puntuali su specifici e studiati bersagli, fanno parte i blitz che hanno permesso la cattura di un leader di al Qaeda conosciuto da tempo, e l’anno successivo di Ahmed Abu Khattala, personaggio legato all’assalto del consolato statunitense di Bengasi. Sono avvenuti rispettivamente nel 2013 e nel 2014, in periodi in cui lo Stato islamico in Libia non era ancora considerato la minaccia globale, per cui si susseguono cifre dimensionali una via l’altra: ora siamo ad una stima, citata dal New York Times attraverso una dozzina di fonti dell’intelligence americana, di 6mila e 500 combattenti; e ciò vuole dire che nel giro di pochi mesi sono cresciuti di mille unità, un rapporto incrementale che segue il trend opposto rispetto alla Siria e all’Iraq, dove le truppe calano, e questo vuol dire che probabilmente stanno arrivando combattenti dall’estero, principalmente dai Paesi limitrofi. Si torna a parlare anche dell’arrivo di nuovi ufficiali dal territorio centrale siro-iracheno.

L’America continuerà dunque sulla vecchia strada, ha deciso così Obama; salvo repentini cambi di agenda legati a stravolgimenti. Il Pentagono dice che l’obiettivo principale del raid a Sabratha, il tunisino Noureddine Couchane, stava pianificando azioni contro bersagli occidentali sia nel Paese sia forse anche fuori: un grosso attentato in Europa, per esempio, o contro un hub petrolifero occidentale, potrebbe essere il mattone sull’acceleratore di un’azione massiccia.

Per il momento, però, il compito di eventuali missioni più corpose – dicono alcuni analisti – sarà affidato a Francia e Italia, forse Regno Unito (magari con il coinvolgimento dei mezzi marittimi dispiegati già per lavorare contro i trafficanti di uomini): a queste nazioni spetterà, qualora un governo di concordia dovesse richiederlo, predisporre soldati sul terreno per addestrare i locali. Ma prima di tutto serve un governo libico in grado di strutturarsi almeno per avanzare una richiesta di aiuto unitaria.

www.formiche.net

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