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Barone Rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
02/02/2016
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Siria, l’alternativa del diavolo

La prospettiva dei media è purtroppo sempre la stessa: “Cosa fa notizia?”, come se quello che facesse notizia fosse davvero importante. E invece “non s’ha vera notizia delle [cose] presenti, e spesso tra ‘l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India”. Guicciardini osserverebbe che “el romore che corre sulle gazzette e nelli artifiziosi teatri quasi cuopre e frastorna la voce del vero”. Ecco in Siria va di scena Madaya, la tragica scena degli assedi per fame (è successo anche nella Seconda guerra mondiale, sapevate? #Leningrado) e per i più informati un caso di manipolazione propagandistica delle indagini internazionali sull’uso di armi chimiche. Eppure tutto ciò non è importante per le sorti del conflitto e quindi per la vita di milioni di sventurati, fuori dai pixel degli schermi. Quello che conta è come viene reinterpretata la Siria alla fine della sanguinosa giostra bellica. La vulgata occidentale ha a lungo sostenuto che Assad se ne dovesse andare a precondizione di qualunque trattativa di pace per uscire dalla guerra civile. C’è ancora gente che sostiene, per gli interessi più diversi, questa tesi politica. Poi c’è Vlad Putin “il Cattivo” che si oppone a lasciare a piedi il suo dittatorello di riferimento, insieme agli iraniani ingrati. Infine ci sono le alternative del diavolo, quelle con cui si fa la politica vera e la diplomazia tagliente. La cacciata del regime degli Assad significa la pace in Siria o la continuazione della guerra civile? Se qualcosa ci insegnano le cadute di Najibullah in Afghanistan, Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia, la seconda è vera. Se la guerra civile continua: vincono i moderati o gli estremisti? L’esperienza storica (quella di Machiavelli, Cavour, De Gasperi e Craxi, non quella dei Lucignoli semplificatori in felpa o doppio petto) ci mostra che quasi sempre gli estremi prevalgono. Se crolla a Damasco l’ultimo vestigio di regime, l’Isis vince o perde? Se lo Stato crolla, abbiamo già visto, l’antistato si fa Stato. La sconfitta senza transizione di Assad è nelle corde di ar-Riyadh e altre petromonarchie o Stati dell’alleanza islamica antiterrorista, ma è davvero quello che vuole il governo degli Stati Uniti? I vari opinionisti e think-tank sostengono la linea dura, ma non sono né loro né i loro figli a partire con il fucile in spalla. La presidenza invece ha fatto capire che la deposizione di Assad non è più prioritaria, specialmente in una transizione. Antica saggezza democristiana del primo presidente scudocrociato sul Potomac. Washington annuisce verso Roma, dove ci si era già arrivati.

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