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La Tunisia continua sulla via democratica, nonostante il terrorismo

Di Francesco Pesce
In In Evidenza
24/11/2015
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Quattro anni dopo le “primavere arabe”, la Tunisia è una storia di successo che brilla solitaria nel cupo panorama degli Stati nordafricani. Le piccole dimensioni, una società civile coesa, nonché il ruolo contenuto dei militari hanno facilitato la transizione verso la democrazia. Ma questo cammino non è ancora terminato e rischia di interrompersi, frenato dalle tensioni dovute al terrorismo e da un’economia stagnante. Questo è il nucleo del messaggio di Rafik Ben Abdessalem Bouchlaka, politico tunisino, già ministro degli Esteri dal 2011 al 2013 nel governo di Hamadi Jebali, il primo di lunga durata dopo il rovesciamento di Ben Ali. In visita a Roma, Abdessalem ha partecipato ieri a una tavola rotonda al Centro Studi Americani.

Le proteste del 2011 sono iniziate proprio in Tunisia quando un giovane venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, si è dato fuoco per disperazione. Un caso emblematico: il ragazzo era laureato ma non trovava un impiego soddisfacente. Le agitazioni di massa che da quest’episodio sono derivate hanno dimostrato improvvisamente come la stagnazione politica non fosse sinonimo di stabilità. Tuttavia, mentre la Libia ha visto collassare il suo apparato statale e l’Egitto si è stabilizzato sotto una classe politica autoritaria, la Tunisia ha trovato il giusto equilibrio tra questi due estremi: è stata redatta una nuova costituzione e si è proceduto a svolgere elezioni monitorate da un’autorità politicamente indipendente.

Secondo Abdessalem, le ragioni del successo tunisino sono essenzialmente tre. Innanzitutto la dimensione geografica contenuta, che ha favorito storicamente lo sviluppo di una società coesa e priva delle fratture settarie, etniche o religiose che caratterizzano altri Paesi nordafricani.
In secondo luogo è stato decisivo il ruolo contenuto dei militari, che sono rimasti nelle caserme senza interferire con il sistema politico. Questa caratteristica è una costante dello Stato tunisino fin da quando, nel 1956, si rese indipendente dalla Francia. Già il primo presidente, Habib Bourguiba, contribuì a plasmare una struttura istituzionale in cui le forze armate si limitassero a tutelare l’ordine pubblico evitando ingerenze nella vita politica.
In terzo luogo, è stata fondamentale la responsabilità dei partiti politici tunisini, capaci di consolidare istituzioni democratiche e di costruire un sistema di checks and balances effettivo. A questo proposito Abdessalem ha ricordato come il suo partito, Ennahda, che aveva ottenuto la maggioranza relativa dei seggi all’Assemblea costituente tunisina, acconsentì a rinunciare alla sua posizione di primazia per permettere lo svolgimento di libere elezioni. Alle consultazioni del 2014 Ennahda non si vide confermato il primato (scendendo dal 37 al 27% dei voti e perdendo sedici seggi in Parlamento), ma accettò la sconfitta e contribuì costruttivamente al governo di unità nazionale che al momento è in carica.

Questo panorama positivo rischia di essere di essere offuscato dai rischi terroristici e dalle difficoltà economiche: due temi interconnessi, dal momento che episodi come l’attentato al museo del Bardo, nel marzo scorso, indeboliscono i flussi turistici e deprimono un settore importante per l’economia tunisina. “Combattere il terrorismo comporta individuare il giusto bilanciamento tra necessità di sicurezza e rispetto dei diritti umani” sostiene Abdessalem. “Inoltre è importante opporsi ai movimenti estremisti, in primis lo Stato Islamico, tanto sul piano politico quanto su quello teologico, dimostrando con l’argomentazione e la dialettica che la loro interpretazione dell’Islam è distorta e sfigurata”.

“Il Nobel per la pace conferito simbolicamente alla società tunisina è un riconoscimento importante, ma un supporto politico potrebbe non bastare” avvisa Abdessalem, aggiungendo che l’Italia e l’Europa, vicini di casa della Tunisia, hanno un interesse diretto ad aiutare il Paese nordafricano a consolidare la sua democrazia. “Come sempre dopo una rivoluzione, il popolo tunisino si aspetta molto dal futuro: libertà, sviluppo, prosperità. Il nostro sforzo è quello di colmare il divario tra le nostre aspirazioni e le circostanze in cui ci troviamo” conclude Abdessalem.

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