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Barone rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
23/10/2015
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Soft power e mushy brains

Da italiani e, nonostante l’Europa finanziarizzata, da europatrioti, si rimane sempre stupiti dell’infinita capacità di alcuni settori della nostra intelligentsiya e classe dirigente di ignorare, e possibilmente disprezzare, quello che succede e si crea in Italia, salvo cinguettare disciplinatamente quando la medesima cosa accade all’estero, meglio se in un Paese potente.

Così, proni all’egemonia culturale corrente e agli ordini del mondo che conta, si può persino discettare seriamente se papa Francesco sia comunista o, al meglio, un gesuita sovversivo. A voler essere molto generosi si musca licet componere, fa il paio con la domanda di Stalin su quante divisioni schierasse il Vaticano, ma francamente è uno di quei tipici dilemmi da “Tutti da Fulvia il sabato sera”.

Invece sarebbe interessante, oltre che utile, guardare attentamente a una delle realtà più mitizzate e meno conosciute all’interno del nostro Paese che sta sviluppando un altro esempio di soft power. Certo, non è quello di Obama, molto più facile da osannare, ma ha alle spalle una pratica concreta e ininterrotta di 145 anni. Togliete tutto allo Stato della Chiesa e, se siete svegli benché arciconservatori, dovete inventarvi un knowledge-based state che non ha altra potenza se non quella morbida.

L’enciclica Laudato si’ non è semplicemente un insieme di sapienti giaculatorie, citazioni, buoni sentimenti e belle frasi che una mente neomaterialista (pardon, neoliberista) vorrebbe liquidare tra le varie ed eventuali, ma un documento di grand strategy che obbliga i candidati, soprattutto repubblicani, alla presidenza statunitense a schierarsi o a dribblare.

È l’equivalente religioso e cristiano dell’opera coraggiosa dell’ex candidato Al Gore proprio sul problema del clima, l’altra branca di una tenaglia che rischia di delegittimare in profondità un sistema pseudoliberista i cui danni sono evidentissimi (e continuano) sin dall’inizio della grande crisi del 2006.

È anche uno scritto su cui grandi imprese e multinazionali nei settori agroalimentare, idrico minerario, energetico, infrastrutturale, bancario, Ict e ricreativo dovrebbero meditare, non fosse altro che per prevenire un danno di reputazione, talvolta di portata globale. Meglio sarebbe se si convertissero realmente alla nuova istanza dell’ecologia integrale, ma intanto sapessero discernere tra una potenza morbida senza droni e la gelatina esausta di intellettuali prêt-à-porter.

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