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LUGLIO/AGOSTO 2015

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
25/07/2015
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L’Italia lo ha chiesto incessantemente nei mesi precedenti e ora finalmente gli Stati Uniti e, grazie a loro, la Nato ne prendono atto. Il Southern flank, la frontiera sud dell’Alleanza, deve tornare a essere centrale nella strategia politico-militare. Una grande esercitazione – la più imponente dal 2002 – solcherà il Mediterraneo a testimonianza di una ritrovata attenzione che sembrava svanita, essendosi la Nato concentrata sulla crisi, pur gravissima, lungo il confine est dell’Europa. Il braccio di ferro con la Russia è tutt’altro che superato e anzi le informazioni che arrivano dalla regione orientale dell’Ucraina non sono rassicuranti. In ogni caso, la vicenda della Grecia e il deal in Iran hanno rappresentato novità non irrilevanti in un quadrante già tormentato da conflitti irrisolti (Siria, Iraq e Libia) e da una strisciante avanzata dell’Is. I Balcani sono infatti la cerniera, la linea di faglia, che in qualche modo testimonia le tensioni che surriscaldano il Mediterraneo dal Baltico fino al Golfo arabico. Questo scenario ha reso pian piano più solide le preoccupazioni e gli allarmi dell’Italia. Se il conflitto cibernetico è con i Paesi asiatici (Cina in primis), il Mare nostrum resta l’epicentro di una sicurezza lontana dall’essere stabile. Ai vecchi nodi non sciolti se ne stanno aggiungendo di nuovi e il riconoscimento politico di Teheran può essere la premessa di una nuova stagione di pace (come spera l’Amministrazione Usa) o di un nuovo violentissimo scontro, anche militare, nel cuore del Medio Oriente (come teme Israele). L’Europa è centrale in questa dinamica e può avere, deve avere, una grande responsabilità nel dare un contributo decisamente positivo per evitare che i conflitti si trasformino in guerra. Non è facile e le stesse divisioni interne all’Unione europea non sono certamente d’aiuto. Dal punto di vista strategico, però, Bruxelles può contare proprio sulla Nato e sul ponte di civiltà che la collega a Washington. La consapevolezza di doversi concentrare (anche) sul confine meridionale è una buona novità. Il segretario della Difesa americano, Ashton Carter, potrebbe essere in Italia in autunno, forse già a ottobre. Per il nostro Paese può essere una ulteriore opportunità per dimostrare quelle capacità di leadership che talvolta, non sempre coerentemente, abbiamo rivendicato. Potremmo ad esempio aver risolto il pasticciaccio brutto del Muos (l’impianto militare strategico bloccato in Sicilia per ragioni burocraticoideologiche) ma anche definito una linea (politica) di azione privilegiando i nostri rapporti “speciali” con Paesi come la Tunisia e il Marocco e guardando a quella linea geografica che potrebbe tenere insieme (pur con tutte le non banali sfumature) Algeria, Egitto e Turchia. Un Mediterraneo più sicuro, stabile e ricco può svolgere una funzione cruciale di cuscinetto per le crisi che scendono dai Balcani e salgono dal Medio Oriente. È un gioco difficilissimo ma è quello che la storia ci sta chiedendo di fare.

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