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IL BARONE ROSSO

Di Alessandro Politi
In Columnist
05/03/2014
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MODE E MODELLI

Durante lo scorso convegno della Fondazione che ho l’onore di dirigere (Security in a no one’s world Game changers, 13-14/2/2014) avevamo inserito l’industria della difesa come fattore trasversale di cambiamento delle regole del gioco e del potere globale. Come guida per la discussione avevamo citato il fatto che in pochi anni tra i 10 Paesi a più alta spesa militare almeno la metà non sarebbero stati Nato. Siamo stati profetici per difetto perché 13 giorni dopo il segretario della Difesa Usa, Chuck Hagel (il cui cognome, di origine germanica, significa “grandine”), annunciava tagli per un trilione di dollari che faranno precipitare gli Stati Uniti da un livello di spesa pari a quello dei 40 Paesi successivi a uno superiore ad appena gli altri 12 successivi messi insieme. Ancor più interessante è il fatto che Ihs Jane’s predice che, dopo la devastante crisi del 2006 (che continua tutt’ora e sino al 2018), la spesa
militare mostrerà segni di ripresa nel 2014, ma non nella Nato-zona: già l’anno scorso la Russia si è installata al terzo posto mondiale, mentre il n° 2 (Cina) spende già più dei tre grandi Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito). La moda per molto tempo è stata d’indicare l’Italia come il Calimero, quella con il 50% di spese per il personale; oggi scopriamo che anche il Pentagono spende la stessa proporzione e che mentre i contributi sanitari di militari americani in pensione sono rimasti a $460 per anno dal 1997, i nostri sono spremuti di più in proporzione da un fisco più rapace. Dopo la minaccia di questi tagli (11 incrociatori in naftalina, via gli A-10 anticarro, – 20 Littoral combat ships, no al rientro in servizio dell’aereo spia U-2, chiusura di un 20% delle basi, taglio dell’esercito da 520mila 440mila soldati (cioè -15%) possiamo dire ai nostri amici d’oltreoceano “Benvenuti nel club”. Magro conforto, ma base per una nuova consapevolezza. Il disastro del bilancio americano, quello col debito più alto del mondo, ha molti padri tra cui il noto “military-industrial-congressional complex”, la micidiale combinazione trasversale d’interessi particolari che vanificano ogni seria pianificazione di sicurezza. Questo nodo, non ignoto anche alla più piccola Italia e ad altre consorelle europee, ha la caratteristica principale di accumulare missioni, requisiti, esigenze, spese secondo la rozza logica “finché il mercato tiene”, cioè sino a quando il proprio Stato e altri Stati in giro per il globo fanno la figura di Pantalone. Certamente qualcuno userà lo spauracchio della Russia, che ha aumentato le proprie spese militari, o la graduale, ma ben più tenace, crescita militare cinese, ma rischierà di essere fuori fase con la sostanza del problema. Tutti sanno che esiste il fenomeno dell’inflazione militare per cui il costo unitario dei sistemi aumenta fortemente nei decenni: sino ad ora il costo di questa tassazione indiretta è stato scaricato sulle società tassate dagli Stati acquirenti. Ecco, se vogliamo mantenere un divario tecnologico adeguato con potenziali crisi e avversari, è il momento di ripensare il modello di base: senza un haircut ai profitti, cioè senza una compartecipazione al peso di questa tassa invisibile, non sarà possibile sostenere molti programmi di fronte a società inferocite a prescindere dal regime in carica. La campana suona ieri in Arabia, oggi a Kiev, ma in realtà suona per tutti.

Ilbaronerosso

 

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