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Maggio 2015

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
26/05/2015
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Mentre il ministero della Difesa italiano varava il suo Libro bianco, il Pentagono pubblicava il secondo documento strategico specifico sulla cyber-strategy. È evidente che Washington ha una lunga e profonda esperienza nella elaborazione di paper attraverso i quali articola i suoi indirizzi, soprattutto in termini di sicurezza nazionale e internazionale. Dall’intelligence alla difesa, ogni tassello va a comporre un mosaico che a sua volta rappresenta l’intelaiatura attraverso la quale gli Usa esercitano la loro responsabilità sul piano globale. L’attenzione allo spazio cibernetico è diventata nel tempo, e non certo da poche settimane, una vera e propria priorità per l’Amministrazione Obama, ma anche per la Nato. Fermo restando un giudizio sostanzialmente positivo sullo sforzo operato dai tecnici del nostro ministero della Difesa, non si può non rilevare come questo rappresenti il vero capitolo non scritto del Libro bianco. Peggio, il tema della cyber-security rappresenta un elemento di difficoltà strutturale dell’intero governo. Nei mesi scorsi, Palazzo Chigi aveva cercato di accentrare su di sé le competenze di questa delicata e complessa materia. Proprio dalla Difesa era giunto un secco stop. Dopo di allora, a quanto risulta ad Airpress,
poco o nulla si è mosso. La presidenza del Consiglio ha preso atto e si è fermata, mentre il ministero non sembra essere stato artefice di un contropiede per dimostrare la propria leadership istituzionale nello spazio cibernetico. Contemporaneamente, il progetto di Agenda digitale è naufragato e adesso si vedrà se il nuovo dg riuscirà a imprimere quella svolta tanto attesa ma mai pervenuta. Allo stesso modo, la Polizia postale si conferma molto attiva, soprattutto nelle convenzioni con le imprese del settore privato, e altrettanto – su un fronte evidentemente diverso – si muove il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Diverse eccellenze, non sempre in collegamento fra loro, si muovono fra mille difficoltà e soprattutto senza quella chiarezza necessaria circa l’architettura istituzionale dell’Italia (peraltro assente o non adeguatamente rappresentata nei vertici internazionali che contano). Il governo dovrebbe varare un Cyber act, magari non forte come quello antiterrorismo approvato in Francia, ma certamente un provvedimento è necessario. Occorre definire la governance e dotare tutti i soggetti non solo di regole e confini chiari, ma anche di adeguate risorse economiche e finanziarie, oltre che di personale giovane e competente. Servirebbe costituire una sorta di esercito specializzato, non necessariamente solo militare. Il presidio della nostra sovranità non avviene solo lungo le frontiere terrestri, marine o aeree ma anche (soprattutto) nell’infosfera. Il ministero della Difesa, attraverso gli specifici reparti degli stati maggiori, ha certamente una esperienza che può essere messa a fattor comune e che merita di essere valorizzata con investimenti ad hoc. Detto questo, pur fondamentale, va chiarito che sarebbe un errore fatale se la politica (e le burocrazie) affrontasse la questione cyber riproponendo una sorta di gara fra presidenza, Interno, Difesa, Pa e chi più ne ha, più ne metta. Il luogo dove discutere di tutto questo c’è già ed è il Cisr, il comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica che è presieduto dal premier. Sarebbe un segnale più che incoraggiante se, dopo il Libro bianco, arrivasse un seguito sulla cyber-security. Magari in Gazzetta ufficiale e con risorse vidimate dalla Ragioneria generale dello Stato. Magari…

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