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Pensieri spaziali

Di Roberto Vittori
In Columnist
24/02/2015
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Ixv e le evoluzioni dello Shuttle

L’ Intermediate experimental vehicle (Ixv) è stato lanciato con successo a bordo del razzo Vega, lo scorso 11 febbraio, dallo spazioporto europeo della Guyana francese, nel sud America.  La traiettoria sub-orbitale ha raggiunto una quota massima di circa 400 km e una velocità di circa 7,5 km/sec, a cui ha fatto seguito una fase di rientro planato, fino ad arrivare all’apertura del paracadute e al successivo ammaraggio nell’oceano Pacifico. E ora, quale futuro? Nel guardare Ixv, che in apparenza somiglia a un mini Shuttle, ma che in realtà per atterrare ha bisogno di un paracadute (come una capsula), il ricordo va alle differenze tra Space shuttle e Soyuz nella traiettoria di rientro. Rientrare a bordo della Soyuz è quanto di più dinamico un pilota possa provare o sperimentare. La fase finale del rientro atmosferico dura circa 30 minuti e passa attraverso una serie di transizioni estremamente traumatiche sia per la macchina sia per l’equipaggio all’interno. Al contrario, il rientro con lo Space shuttle è estremamente più controllato, con un volo planato privo di grandi sollecitazioni, fino a un atterraggio di precisione in pista. La traiettoria dello Shuttle somiglia veramente molto a quella del volo di un aeroplano. Lecito chiedersi sul perché, mentre la Soyuz continua a essere utilizzata, il programma Space Shuttle è stato prematuramente terminato. Ogni medaglia ha due facce, e la Soyuz, efficace, efficiente ed economica (ma non comoda), riesce a garantire al contempo semplicità e sicurezza. Lo Space shuttle, era molto più complesso, e quindi costoso, con anche un alto margine di rischio, ma molto più capace e preciso e questo dimostra forse the è nato prematuramente al suo tempo. Potrebbe una architettura intermedia come Ixv essere la soluzione? In prima approssimazione sicuramente potrebbe essere questo il caso, tuttavia l’atterraggio in pista è una condizione di fondamentale importanza che non potrà non essere tenuta in considerazione nello sviluppare il futuro dei programmi europei di rientro atmosferico. Questo, a sua volta, implica la necessità di scegliere una configurazione con superfici alari sufficienti a evitare l’utilizzo del paracadute. La conclusione quindi va nella direzione di qualcosa molto più simile a uno shuttle che non a una capsula. Sarà certamente necessario eliminare quelle che sono state le principali carenze del disegno dello Space shuttle, cosa possibile andando a studiare il ricco archivio di dati di cui la Nasa dispone.

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