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Febbraio 2021

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
16/02/2021
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Non tutte le crisi vengono per nuocere. La nascita del governo Draghi contiene importanti novità soprattutto sul fronte della gestione dell’economia, ma anche significative conferme come il responsabile della Difesa. In linea con lo stile comunicativo sobrio auspicato dal nuovo premier, Lorenzo Guerini potrà dunque proseguire nel lavoro avviato per traghettare le Forze armate verso quella modernizzazione sempre più necessaria. Oggi più che mai, la Difesa italiana deve fare i conti con una sfida che richiede maggiori investimenti e soprattutto maggiore velocità.

Guardiamo al Paese che storicamente rappresenta il benchmark. Negli Stati Uniti il nuovo capo del Pentagono dell’èra Biden, Lloyd Austin ha immediatamente iniziato a concentrarsi sul procurement militare: più efficace, più snello e, appunto, più veloce. Obiettivo: preservare il vantaggio tecnologico sui competitor internazionali, primi fra tutti Cina e Russia. Un impegno che punta a velocizzare e a rendere più flessibili le procedure di acquisto per il comparto militare, attraverso una maggiore integrazione tra pubblico e privato; attraverso l’uso del venture capital e intercettando, oltre i grandi contratti, anche progetti magari più piccoli, ma fortemente innovativi.

Il tema dell’accelerazione americana sul procurement interessa da vicino anche il nostro Paese. Le aziende italiane devono farsi trovare pronte e competitive per il mercato Usa. Il fatto di essere al di qua dell’Atlantico implica una convergenza di intenti con Bruxelles. Anche l’Europa dovrà fare uno sforzo in questa direzione, pena restare indietro di fronte ai due giganti di riferimento come Stati Uniti e Cina. Per la penisola, fermo restando l’ottimo lavoro svolto dai nostri militari, l’Italia deve rivedere il suo sistema di approvvigionamento, rinvigorendo strumenti come la legge 808 sul finanziamento dei programmi di sviluppo del settore ed essere più attenta alle trasformazioni di quello europeo. Una sfida che non può non passare per la ricerca e l’innovazione.

Il Commissario Breton sembra molto sensibile su questo tema, ma ancora non è chiaro se voglia essere il grande sponsor del suo Paese (la Francia) oppure, più ambiziosamente, un acceleratore del processo di unificazione europea. Da tempo si parla anche in Italia di una agenzia sul modello dell’americana Darpa, ma è evidente che dovremmo ragionare in chiave comunitaria. Ci sarebbe l’Eda, come punto di partenza. E proprio adesso che questa istituzione comincia ad avere budget e a essere nelle condizioni di poter partire, ecco che scopriamo che non ci sono italiani nelle strutture di vertice. Ecco perché, politicamente, abbiamo ancora un nervo scoperto con la Difesa. Non è a Roma, ma a Bruxelles.

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