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Game Changers 2020. Così il clima cambia la sicurezza Nato

Di Stefano Pioppi
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14/12/2020
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L’adattamento dell’Alleanza Atlantica alle sfide del futuro passa anche dal cambiamento climatico. I fattori ambientali influenzano da sempre gli scenari di sicurezza, ma oggi, dall’Artico all’Africa, dai fiumi asiatici alle basi Usa, alcuni trend rischiano di essere accelerati. È quanto emerso dal primo panel di Game Chagers 2020l’evento organizzato dalla Nato Defense College Foundation, in cooperazione con il Nato Science for Peace and Security Programme, la Fondazione Compagnia di San Paolo, il Policy Center for the New South e il Nato Defense College.

IL FUTURO DELLA NATO

A fare gli onori di casa per i saluti introduttivi sono stati Alessandro Minuto Rizzo, presidente della Nato Defense College Foundation e Olivier Rittimann, comandante del Nato Defense College, basato a Roma. “Viviamo tempi particolari che presentano sfide particolari”, ha spiegato l’ambasciatore. Su tutte, l’evento ne affronta tre: cambiamento climatico, sicurezza sanitaria e nuove tecnologie (intelligenza artificiale su tutte). Tre tra molti, raccolti nella nuova pubblicazione della Fondazione e già al centro dell’attenzione dell’Alleanza Atlantica. D’altra parte, ha spiegato Minuto Rizzo, “serve piena consapevolezza per poter gestire tali sfide e preservare la sicurezza comune”.

UN ANNO PARTICOLARE

Il dibattito è stato probabilmente accelerato dalla pandemia da Covid-19, ha notato il generale Rittiman. Tra e-commerce, smart working e digitale, il Coronavirus ha impresso nuova velocità ad alcuni trend. “Ci ha insegnato che senza preparazione non c’è resilienza, e che senza resilienza non c’è sicurezza per ogni società, economia o sistema militare, tutti alle prese con sfide significative”. Da qui lo sforzo analitico “per comprendere come cambierà il futuro”.

NON È UNA SEMPLICE CRISI

Troppo poco parlare di “crisi”, ha notato nella sua introduzione Ian Lesser. vice presidente del German Marshall Fund of the United States (Gmf). “È qualcosa con cui dovremmo interagire per i prossimi anni, che cambia le condizioni della nostra sicurezza”. Il tutto, ha ricordato l’esperto, senza dimenticare le minacce tradizionale, il confronto tra potenze, le sfide ibride e tutte quelle minacce per cui la pandemia potrebbe agire da “effetto di distrazione”, abbassando le difesa dell’Occidente (e non solo).

LA RIFLESSIONE SULLA NATO

Con questa consapevolezza il segretario generale ha rilanciato la riflessione strategica Nato2030, accogliendo l’invito dei capi di Stato e di governo del vertice di Londra, a dicembre dello scorso anno. La prima tappa si è conclusa con la pubblicazione del rapporto redatto dal Gruppo di riflessione, la task-force di dieci esperti nominata dallo stesso Jens Stoltenberg. Un rapporto “interessante”, ha commentato Stefano Silvestri, vice presidente della Nato Defense College Foundation. Interessante prima di tutto per la lunga lista di sfide, comprese quelle nuove, tecnologiche, ambientali e sanitarie. “Dovranno essere considerate in un contesto sempre più globale, e la loro gestione dovrà essere sempre più politica ed economica, oltre che militare e tecnologica”, ha spiegato l’esperto.

PIÙ GLOBALE E POLITICA

L’Alleanza riuscirà a farlo, ha aggiunto Silvestri. D’altra parte, “è un’alleanza efficace, che è sopravvissuta alla Guerra fredda, all’impegno nei Balcani, in Afghanistan e all’amministrazione Trump, cosa non da poco”. Ora, ha rimarcato, “dovrà sopravvivere alla crescente globalizzazione e alla politicizzazione”, senza dimenticare la sua natura militare, “fondata sull’articolo 5 del Patto atlantico, cioè la clausola di difesa collettiva”.

L’IMPATTO DEL CLIMA SULLA SICUREZZA

E tra gli ambiti di nuovo impegno c’è anche il cambiamento climatico, chiaramente inteso per la Nato nei suoi impatti sulla sicurezza nazionale. Se lo scioglimento dei ghiacci artici apre nuove rotte (ricche di interessi) nel nord del Pianeta, la siccità africana rischia di inasprire alcune tensioni nel continente alimentando la pressione migratoria sull’Europa. Un quadro è stato fornito dal professor Mahmoud Karem della British University, già rappresentante d’Egitto presso Nato e Ue. Il caso della diga etiope sul Nilo azzurro (che non piace al Cairo) è su questo emblematico. La Nato potrebbe fare di più, rafforzando il suo ruolo politico e dando spazio alle iniziative di collaborazione con i partner regionale. La prospettiva è stata condivisa da Kidane Kiros, senior fellow del Policy Center for the New South, con base a Rabat.

AMBIENTE E CAPACITÀ MILITARI

D’altra parte, ha notato il generale Vincenzo Camporini, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai) di esempi ce ne potrebbero essere numerosi. Dal fiume Indo tra Pakistan e India al Brahmaputra nelle tensioni tra Nuova Delhi e Pechino, sono molteplici i casi di tensioni internazionali dovute alle contese sulle risorse primarie. Gli affari militari sono coinvolti direttamente, considerando che “da sempre le capacità militari dipendono dall’ambiente in cui si collocano”, ha spiegato il generale, già capo di Stato maggiore della Difesa. È il caso della mappa delle basi americani “a rischio” per il cambiamento climatico, già al centro dell’attenzione del Pentagono. Per tutto questo, ha chiosato Camporini, “dobbiamo essere pronti, come Nato e come Europa”.

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