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Giugno 2020

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
08/06/2020
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La Crew dragon nell’immaginario collettivo è l’ennesimo successo Usa nello Spazio. In realtà, la missione di questa navicella pone alcune riflessioni sul futuro del settore. La prima rientra nel quadro geopolitico: grazie al successo di Space X, gli Stati Uniti potranno nuovamente tornare a trasportare equipaggi nello Spazio, non dipendendo più per questo dalla Soyuz russa. Il particolare è fondamentale perché in vista dei progetti lunari dei prossimi anni, il Paese avrà un’autonomia di cui fino ad oggi si era privato, dalla messa a terra nel 2011 dello Space shuttle. D’altronde, il peso della componente spaziale va oltre la ricerca e l’esplorazione, ma è un fattore fondamentale anche per la Difesa e ciò è stato confermato dalla costituzione della nuova Space force (trend seguito anche da Francia e Giappone).

Altro punto su cui ragionare è che per la prima volta nella storia, una società privata ha effettuato, per conto di una agenzia pubblica come la Nasa, il trasporto di astronauti. La presenza dei privati nel settore spaziale ha con questa missione segnato un importante passo in avanti. La cosiddetta Space economy mostra così i benefici dell’interazione tra pubblico e privati, ma ridefinisce anche il mercato. E questo pone un’ultima questione (forse amara) su cui riflettere. C’è da domandarsi se il Vecchio continente sia pronto a questi cambiamenti. L’Europa non ha ancora il suo Elon Musk o Richard Branson o Jeff Bezos e chissà se mai lo avrà. Come potranno le politiche spaziali di Bruxelles interagire con un business così dinamico e temerario come quello a stelle e strisce?

L’industria europea del settore ancora è troppo legata al sostegno del pubblico e alla visione statica del mercato, come potrà competere con queste realtà? Sono domande che i decisori politici si devono porre se vogliono cogliere le opportunità che la Space economy offre, facendo crescere gli imprenditori più illuminati del Vecchio continente. Alla luce del nuovo scenario, anche il nostro Paese è chiamato a un ripensamento delle alleanze dentro e fuori l’Europa, per non far perdere terreno alle sue aziende nazionali. Un esempio su tutti è quello di Avio, che potrebbe essere vittima eccellente di uno stritolamento fra la spinta del mercato americano e quella protezionista dei francesi. Non possiamo permetterci di essere un vaso di coccio fra vasi di ferro.

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