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Marzo 2020

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
28/02/2020
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La retromarcia sulla postura iniziale assunta dall’Italia riguardo al Coronavirus è alla fine arrivata. Il lavorio incessante di distensione e rassicurazione avviato da istituzioni, media ed esperti, è lodevole, ma non riuscirà per il momento a frenare l’isteria e la paura nei confronti del nostro Paese generata all’estero. Una bomba negativa deflagrata nell’indifferenza iniziale del resto dell’Europa (che ora sta piombando negli stessi problemi affrontati dall’Italia) e probabilmente sfuggita di mano a chi l’ha inconsapevolmente innescata.

Potremmo dire, poco importa, passerà! Se il Belpaese non vivesse di turismo, il fatto che gli Stati stranieri sconsiglino ai propri cittadini di venire in Italia, non costituirebbe un problema. Ma dal momento che il 13% del Pil della penisola viene da questo settore, la faccenda si complica. Insieme a strutture ricettive, esercizi commerciali, bar, ristoranti e settore servizi, a farne le spese sarà il mercato dell’aviazione, degli aeroporti e dell’indotto (senza tralasciare il cargo, la cui frenata abitualmente anticipa il trend economico mondiale). La cancellazione dei voli e la rinuncia a intraprendere viaggi avrà un impatto serio sulle già malconce compagnie (Alitalia ad esempio, visto che Air Italy è stata messa in liquidazione poco prima della comparsa del Covid-19).

Oggi il nostro Paese, alla stregua di Cina, Corea del Sud e Iran risulta una meta sconsigliata dalla maggior parte degli Stati del globo. Prendendo in considerazione ad esempio la Cina, prima dell’emergenza, per il primo trimestre del 2020 le compagnie avevano previsto un aumento del 9% delle rotte che coinvolgono Pechino. Secondo l’organizzazione internazionale del volo civile invece ad oggi ci sarà una riduzione fino a -41% del trasporto passeggeri. Le stime sul turismo legate alla Cina, ma sempre utili per comprendere meglio quanto potrebbe accadere all’Italia, ci dicono che la riduzione dei viaggiatori cinesi avrà un costo di 1,29 miliardi di dollari sul Giappone e di 1,15 miliardi sulla Thailandia. Compariamo questi dati a quanto potrà accadere alla penisola, associamoli alle già critiche previsioni di crescita previste da Bruxelles per il nostro Paese ed ecco che l’ombra della recessione si fa sempre più viva.

Infine, di fronte agli sforzi economici che il governo e le Regioni stanno mettendo in campo per contenere il virus non ci sorprenderebbe se l’esecutivo chiedesse a tutti i settori dello Stato un sacrificio finanziario in nome dell’emergenza. Per la Difesa però significherebbe allontanarsi ancora di più dall’impegno di budget del 2% entro il 2024 (che gli alleati e la Nato ci chiedono con insistenza) e metterebbe in difficoltà un comparto che ha già risorse ridotte al lumicino.

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