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I lanciatori europei verso la ministeriale di Siviglia. Parla Bernardini (Ariane Group)

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
25/11/2019
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Il vettore pesante Ariane 6 e il più piccolo made in Italy Vega C “sono concepiti per essere complementari ed è quello che fa la forza della famiglia dei lanciatori europei”. Una forza da preservare con convinzione a Siviglia, quando tra due giorni si riunirà il consiglio ministeriale dell’Esa: “l’Europa potrà garantirsi un accesso allo Spazio competitivo e sostenibile solo se continuerà sulla strada della cooperazione”. Parola di Morena Bernardini, l’italiana che dallo scorso settembre guida le strategie di Ariane Group, il colosso franco-tedesco specializzato in vettori spaziali con un fatturato da 3,6 miliardi di euro (2018) e circa novemila dipendenti tra Francia e Germania. L’attenzione è tutta rivolta a Siviglia, dove sta per aprire i battenti “l’appuntamento dell’anno”, destinato a ridefinire lo Spazio del Vecchio continente. Tra i temi maggiormente discussi (e che interessano l’Italia da vicino), c’è il futuro dei lanciatori europei, chiamati ad affrontare una competizione senza precedenti.

Ingegnere, si avvicina “l’appuntamento dell’anno”, la ministeriale Esa di Siviglia. Cosa si aspetta per il settore dei lanciatori?

Si tratta di una conferenza molto importante per l’avvenire dello spazio in Europa. L’industria spaziale europea è di grandissimo livello, estremamente performante nell’ambito di lanciatori e satelliti. L’Esa chiede agli Stati membri 2,6 miliardi di euro per la filiera dei lanciatori su un totale di circa 14,2 miliardi di investimento totale sui vari programmi. Ciò accade in un momento di transizione da Ariane 5 al nuovo grande lanciatore europeo, Ariane 6. Gli obiettivi associati all’investimento degli Stati sono tre, e sono molto chiari. Primo, accompagnare la fine di Ariane 5 assicurando la stessa eccellente qualità del lanciatore per gli ultimi otto lanci previsti. Ariane 5 deve ancora assicurare missioni molto importanti come il lancio del telescopio per la Nasa James Webb. Secondo, finire lo sviluppo di Ariane 6 e potenziare l’assetto industriale su cui si basa per arrivare alla piena capacità e cadenza nominale nel 2023. Terzo, preparare il futuro per rendere i lanciatori sempre più flessibili e adatti a rispondere alle esigenze di mercato. Per questo, tre principali programmi di evoluzione saranno proposti alla ministeriale.

Quali?

Prometheus, il motore Lox/metano (metano e ossigeno liquido, ndr) a spinta variabile che permetterà di preparare la riutilizzazione. C’è poi Icarus: uno stadio superiore del lanciatore fatto in composito e quindi molto più leggero (meno massa propria implica più massa utile in orbita). Nonostante Ariane sia già capace di mettere in orbita lunare carichi utili importanti (8,5 tonnellate), uno stadio superiore più leggero permetterà infatti performance ancora migliori. Infine, c’è Themis, il dimostratore dello stadio principale riutilizzabile.

Attendete garanzie dal vertice spagnolo su un certo numero di lanci istituzionali?

Nessuna decisione particolare è attesa alla ministeriale. Secondo le analisi interne possiamo dire che i lanci istituzionali potranno essere una media di circa cinque lanci all’anno per Ariane 6 e due per Vega C. Le missioni istituzionali in generale sono note molto tempo prima. Quello che possiamo sperare è che sulla scia delle dichiarazioni della Francia e della Germania, un numero sempre più elevato di Stati membri adotti il principio di “preferenza europea” che dovrebbe in qualche modo ricordare il “buy American act” senza essere cosi vincolante. Ricordiamo che nessuna missione istituzionale americana può essere lanciata su un vettore non americano. Il viceversa non è valido in Europa.

Ma perché è importante per l’Europa mantenere un autonomo accesso allo spazio?

Vorrei ricordare come è nata Ariane. Un po’ più di 40 anni fa, l’Europa voleva lanciare un satellite di telecomunicazioni. All’epoca non esistevano sistemi di lancio in Europa ma solo in America. Gli americani hanno accettato di lanciare il satellite ponendo però dei vincoli molto severi sull’uso del satellite (poter osservare solo certe zone, usare solo certe frequenze, ecc.). Ecco, si immagini l’Europa tornare indietro a una tale situazione. L’accesso allo Spazio è sovrano. Siamo una delle poche nazioni ad averlo. Sono stupita che una tale capacità strategica venga rimessa in discussione. Ora che lo Spazio diventa sempre più strategico, dipendere da altre potenze per accedervi e per attingere ai suoi dati appare irresponsabile.

C’è però chi sostiene che l’Ariane 62 possa competere con il futuro Vega C.

I due lanciatori sono concepiti per essere complementari ed è proprio quello che fa la forza della famiglia dei lanciatori europei commercializzati da Arianespace, Ariane e Vega. Ariane 6 e Vega C sono due prodotti diversi, non vanno sulle stesse orbite e non portano gli stessi carichi. Ariane 6 è il cosiddetto lanciatore “pesante” ideato per servire le orbite alte, ovvero le Geo (Geostazionarie). L’Ariane 62 porta tra 4,5 e 5 tonnellate in orbita Gto (orbita di trasferimento prima di arrivare in Geo), mentre l’Ariane 64 conduce 12 tonnellate in Gto e 8,5 in orbita cislunare.

E Vega C?

Vega C è dedicato a carichi inferiori e a orbite basse (Leo). I due lanciatori insieme offrono la quasi totalità delle opzioni di lancio ai clienti. Ci sono rarissimi casi, davvero molto particolari, in cui i due lanciatori possono essere entrambi la buona soluzione, in questo caso Arianespace, Avio e Ariane Group si accordano sulla regola da applicare e in ogni caso se ci sono più possibilità viene lasciata la scelta al cliente. Questi rari casi si manifestano soprattutto con i piccoli satelliti che spesso sono anche in ritardo sulla pianificazione, e allora diventa molto interessante per il cliente poter avere più opzioni di lancio. Qualche giorno fa, l’Esa ha annunciato la firma degli accordi per la fase operativa di Ariane 6 e Vega C con le aziende coinvolte Arianespace, Ariane Group e Avio. Tali accordi regoleranno aspetti relativi alle responsabilità tecniche e industriali in vari ambiti, come la conformità ai requisiti di alto livello nel corso nella vita utile, l’autorizzazione al lancio, la gestione della configurazione e la manutenzione di diversi asset.

Nella recente dichiarazione di Tolosa – “la France et l’Allemagne actent une “préférence européenne” pour les lancements de satellite (Ariane 6) afin de garantir notre accès autonome à l’espace” – Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno parlato di una preferenza europea per i lanci satellitari, citando però solo Ariane 6. Come lo legge?

Io credo che il messaggio forte sia la preferenza verso i lanciatori europei. L’Europa potrà garantirsi un accesso allo Spazio competitivo e sostenibile solo se continuerà sulla strada della cooperazione. L’Italia è il terzo attore forte di questa cooperazione.

Come viene visto in Francia il contributo di Avio per i vettori europei?

Avio è un’azienda di grande valore tecnico. Grazie al P120, che è un blocco comune all’Ariane 6 e al Vega C poiché rappresenta il booster del primo e il corpo centrale del secondo, le aziende Ariane Group e Avio sono strettamente legate. Quando Ariane 6 sarà a cadenza nominale Avio produrrà circa una trentina di booster P120 all’anno, di cui tre o quattro saranno per il Vega e i restanti per Ariane. Il successo di Ariane è un successo comune alle nostre aziende. Ariane 6 mette insieme tredici Paesi e 600 aziende, e Avio rappresenta il 10% dell’intero sistema in termini di sviluppo e produzione anche tramite le società che abbiamo in comune: Europropulsion e Regulus.

Tra i temi di grande dibattito c’è la competitività dei lanciatori del Vecchio continente rispetto a quelli dei colossi d’oltreoceano, SpaceX su tutti. Ariane Group come sta rispondendo alla sfida?

Ariane 6 è la risposta. A meno di quattro anni dalla ministeriale 2014, quando gli Stati membri ci hanno investito della responsabilità di concepire e realizzare il nuovo sistema di lancio europeo, abbiamo passato la Critical Design Review sotto l’egida dell’Esa che ha approvato tutte le scelte tecniche, di performance, di costo di produzione, di affidabilità del lanciatore. I tre motori degli stadi del lanciatore sono stati testati con successo.

E ora?

Ora siamo in fase di qualifica del primo volo e abbiamo già dato il via alla produzione dei primi 14 lanciatori, otto dei quali già venduti da Arianespace. Credo che sia un grandissimo successo per tutta l’industria europea che non deve certo arrossire davanti ai competitor. Ci prepariamo già a rendere il lanciatore più versatile, leggero per rispondere al meglio alle esigenze di mercato che evolvono.

Ma come si abbattono i costi?

Con l’Ariane 6 abbiamo adottato principalmente due metodi: razionalizzare le competenze tecnologiche in Europa e digitalizzare i metodi di sviluppo e produzione. Per costare il 40% in meno in termini di costo di produzione, abbiamo creato in Europa i cosiddetti poli di competenza, penso ad Avio in Italia per la propulsione solida, ad Ariane Group per lo sviluppo del sistema e l’integrazione in Francia, o a MT-Aerospace in Germania per le strutture metalliche. La razionalizzazione ha permesso di concentrare le competenze, evitare le dispersioni e quindi guadagnare in competitività. Per quanto riguarda i metodi di sviluppo e produzione, in Ariane Group abbiamo creato quella che chiamiamo l’industria 4.0 per produrre a costi contenuti, rapidamente e nel rispetto dell’ambiente. I nostri ingegneri traggono immenso beneficio dalla modellizzazione numerica, da sistemi di pianificazione intelligente, dalla riproduzione di parti del lanciatore e operazioni in realtà virtuale. In produzione, molte parti del vettore sono prodotte in stampa 3D.

Ma il caso americano può essere replicato in Europa?

No. In Europa non dobbiamo fare l’errore di guardare agli Stati Uniti come all’Eldorado. Il modello europeo ha delle grandi virtù e un copia incolla del modello americano secondo me non funzionerebbe.

Perché?

L’industria europea è molto performante e credo che dovremmo trarre il massimo beneficio dal nostro modello che si basa sulla cooperazione e la solidarietà tra gli Stati. Il modello americano si basa su cadenze e volumi che non hanno nulla a che vedere con quelle europee. Nel 2018 la Cina ha lanciato 39 volte, di cui solo una piccolissima parte erano lanci commerciali. Gli Stati Uniti hanno lanciato 34 volte, di cui meno della metà commerciali. L’Europa ha lanciato undici volte, di cui più della metà erano lanci commerciali. Il mercato americano è un mercato protetto dal “buy American act” che non trova un corrispettivo in Europa. Il modello europeo trae vantaggio dalla commercializzazione dei lanciatori europei per clienti non istituzionali. Il cliente istituzionale inoltre non paga un lancio il doppio o talvolta il triplo di un cliente commerciale, cosa che non è scontata quando si guarda al modello dei competitor negli Stati Uniti.

Per concludere, come si arriva, partendo da Roma, al vertice di una delle maggiori aziende europee all’età di 36 anni?

Essendo migliore degli altri candidati.

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