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Vi spiego la mozione di maggioranza su F-35. Parla Alberto Pagani (Pd)

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
20/11/2019
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Sugli F-35 si punta alla “valutazione nel tempo di un programma al quale partecipiamo dal 1998, rispetto al quale è naturale che tutte le parti, ciascuna secondo il proprio interesse, facciano una valutazione nel corso degli anni”. Parola di Alberto Pagani, deputato in quota Pd e prima firmatario (insieme al collega M5S Giovanni Russo) della mozione di maggioranza sul dossier F-35, approvata in serata dall’aula Montecitorio con il parere del governo (contrario invece su quelle delle opposizioni). Capogruppo in commissione Difesa, ha affidato a Formiche.net la “soddisfazione per la normalizzazione di una discussione che ha sempre avuto toni poco adeguati rispetto alla complessità e alla tipologia del dossier”.

Al centro della mozione di maggioranza c’è la valutazione del programma. Che significa?

Si tratta della valutazione nel tempo di un programma in cui siamo perfettamente inseriti, rispetto al quale è naturale che tutte le parti, ciascuna secondo il proprio interesse, facciano una valutazione nel corso degli anni. Nel tempo possono infatti modificarsi aspetti tecnologici, di contesto geopolitico, di necessità operative e di opportunità. Tutti i Paesi che partecipano a programmi simili, con una durata tale, fanno valutazioni di questo tipo. In sintesi, la mozione evidenzia l’evidente, ma almeno segna un progresso nella storia del dibattito sugli F-35.

Quale?

Quello di provare a trovare un minimo comune denominatore tra tutte le forze politiche, un punto di incontro per il Paese che tolga isteria al tema.

In tal senso, ha avuto un peso la presa di posizione decisa del ministro Guerini a sostegno del programma?

Tutti i contributi sono assolutamente ragionevoli. Il ministro della Difesa non ha inventato nulla, né detto cose stravaganti o sorprendenti. Ha chiarito che ci stiamo occupando dei preordinativi per i prossimi lotti di acquisto relativi a questo periodo, senza entrare nell’ottica dei 90 complessivi. Sono affermazioni in linea con le competenze del suo ufficio e con la legislatura, parole che ovviamente confermano quanto già impegnato.

La mozione è stata concordata con i 5Stelle?

Certo, l’abbiamo presentata come maggioranza. La linea è stata concordata proprio per superare una polemica che in passato è stata estremizzata per mostrare le differenze. L’obiettivo della mozione è esattamente il contrario: non accentuare le differenze, ma anzi cercare un elemento comune. Significa storicizzare un percorso trentennale che non può essere sottoposto a continue incertezze o essere puntualmente ridiscusso da capo. Tutti, compresi gli Stati Uniti, valutano nel tempo un programma, ma nessuno ricomincia dall’inizio a ogni cambio di governo o di legislatura.

In caso di conferma dopo la valutazione, non teme reazioni dall’ala pentastellata tradizionalmente più critica al programma F-35?

Mi auguro di no. Credo ci sia la consapevolezza che stiamo governando il Paese insieme, e non stiamo semplicemente affermando la singola visione di una parte. Abbiamo iniziato a condividere un percorso insieme e la mozione di maggioranza lo dimostra. Rappresenta un punto di condivisione, non una mia espressione o la linea del Pd. Non abbiamo messo tutto quello che avremmo voluto.

Nella mozione si parla anche di valorizzare i ritorni per il comparto industriale, a partire dal sito di Cameri, un punto che ha trovato d’accordo anche le opposizioni. Ci sono opportunità?

Sì, certo. Stiamo parlando di un investimento, quello per lo stabilimento di Cameri, che ha fatto l’intero Paese a spese dei contribuenti al fine di creare opportunità di lavoro. Esse si traducono nell’acquisizione di competenze e know how, e quindi di capacità tecnologica, non solo per il settore della difesa, ma per l’intero sistema delle imprese. È ben nota la capacità della ricerca militare di trasferirsi nelle tecnologie civili. Per questo, se un Paese a capitalismo maturo vuole continuare a essere competitivo, deve valorizzare certe eccellenze. La nostra intenzione è valorizzare l’occupazione e l’apprendimento di capacità dello stabilimento novarese, e ciò si può fare solo stando nel programma.

Ci sono poi gli aspetti internazionali: l’F-35 ci inserisce nel contesto transatlantico.

Anche questo è un dato di fatto. I Paesi del Patto atlantico si dotano di sistemi d’arma omogenei in considerazione dell’appartenenza alla stessa alleanza. La cosa paradossale è che stiamo ribadendo ovvietà che non ci dovrebbe essere bisogno di sottolineare.

E perché invece nel nostro Paese sembra essercene bisogno?

Perché in passato c’è stato un dibattito sul programma F-35 che, per ragioni di carattere propagandistico-elettorale, ha perso di vista la storia e le ragioni di un percorso di trent’anni di storia del Paese. Il programma in questione ha attraversato governi e maggioranze diverse. Eppure, non è l’acquisizione di un sistema d’arma, ma l’appartenenza al campo euro-atlantico.

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