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Strategicamente

Di Andrea Margelletti
In Columnist
26/11/2014
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L’Ue, la difesa e una normativa scomoda

L’Unione europea è impegnata in diversi programmi di sviluppo tecnologico finalizzati alla preservazione della base industriale continentale. In particolare, viene dato ampio risalto alla necessità di sviluppare tecnologie dual-use che potrebbero efficacemente venire impiegate tanto nel comparto civile, quanto in quello della Difesa. Se, però, si passa dalle parole ai fatti, è chiaro che qualcosa non torna. Infatti, basta analizzare i due maggiori programmi di sviluppo comunitari dei prossimi anni, ovvero Horizon 2020 e Trans-European networks (Ten), per constatare una totale chiusura nei confronti di progetti che prevedano anche una destinazione d’uso militare. Horizon 2020 è un programma di finanziamento a gestione diretta della Commissione europea per la ricerca e l’innovazione, operativo dal 2014 al 2020. Esso consente di effettuare investimenti in progetti dalle potenzialità duali e uno degli ambiti più importanti è il capitolo Secure society cui sono destinati 1,695 miliardi di euro. Tuttavia, la validità di questo strumento (che potrebbe essere utilissimo) è compromessa da restrizioni che ne impediscono la destinazione anche a progetti di natura militare. Infatti, secondo i “principi etici” del programma, le attività di ricerca e innovazione devono concentrarsi solo su progetti civili impedendo, di fatto, la generazione di quel ciclo tecnologico virtuoso che consente di derivare applicazioni civili da sistemi militari e viceversa. Analogo vincolo è presente anche per quanto riguarda l’iniziativa della Commissione europea, in collaborazione con la Banca europea per gli investimenti (Bei) denominata Trans-european networks che può avvalersi del fondo Connecting Europe facilities (Cef) con un budget di 33 miliardi di euro per lo sviluppo di infrastrutture nell’ambito di trasporti, energia e telecomunicazioni. Similmente a quanto previsto per Horizon 2020, però, anche secondo le regole della Bei non sono ammissibili progetti riguardanti il settore della Difesa. L’attuale quadro normativo, quindi, influisce negativamente sulla possibilità di diversificazione nel civile da parte di imprese operanti nella Difesa e impedisce di sfruttare al massimo il potenziale duale di alcune tecnologie. Ad esempio, in riferimento al Cef, simili risorse potrebbero finanziare anche reti di comunicazione europee a uso duale. Tra l’altro, essendo la tecnologia per natura “neutrale”, le restrizioni descritte incidono in maniera artificiosa sull’efficacia dell’attività di ricerca e innovazione in ambito europeo. In conclusione, se l’Unione europea mira effettivamente a sviluppare capacità tecnologiche avanzate e a competere sullo stesso piano dei più rilevanti attori internazionali, è necessario che si doti di un framework legislativo adeguato ed elimini limitazioni dannose e non in linea con la realtà dei tempi.

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