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Missili, F35 e Turchia. Le mosse di Usa (e Nato) guardando a Mosca

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
14/08/2019
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La fine del Trattato Inf non spaventa. La Nato è a lavoro da tempo su un sistema di difesa e deterrenza efficiente e avanzato, con l’integrazione degli F-35 (e verso il dispiegamento permanente di quelli americani in Regno Unito) e un’attività di monitoraggio potenziata rispetto alle manovre di Mosca. Parola del generale Jeffrey L. Harrigian, comandante delle Forze aeree americane in Europa e Africa, e comandante dell’Allied Air Command della Nato, con sede a Ramstein in Germania, responsabile per tutte le attività aeree dell’Alleanza. Harrigian, che ha tenuto un punto stampa telefonico con i media europei, ha assunto il delicato incarico lo scorso maggio, prendendo il posto del generale Tod Wolters, chiamato a divenire nuovo comandante supremo dell’Alleanza (Saceur) e comandante delle truppe Usa in Europa, la più alta carica militare degli Stati Uniti nel Vecchio continente. Oltre al ruolo, il generale Harrigina ha ereditato da Wolters anche la tabella di marcia, che parte dalla deterrenza contro l’assertività russa a est e arriva fino ai rapporti (complicati) con la Turchia, passando per il potenziamento degli strumenti di difesa contro “minacce in continua evoluzione”.

LE TRE PRIORITA’

Prontezza, postura e partnership. Sono infatti queste le tre priorità dell’USAF in Europa e Africa, “in supporto della National defense strategy (targata Donald Trumpndr) e dei nostri amici e alleati”, ha spiegato Harrigian. Tre priorità che hanno trovato evidente concretezza nel dispiegamento nel Vecchio continente di uno squadrone di F-35, “parte di un pacchetto di sicurezza più ampio”. Avere in Europa tali velivoli “ci permette di integrare la piattaforma di quinta generazione in varie esercitazioni e sortite d’addestramento con alleati e partner; tali opportunità – ha aggiunto il generale – rafforzano la capacità complessiva di aumentare l’interoperabilità tra gli F-35 americani, gli F-35 degli alleati e le piattaforme di quarta generazione”. L’obiettivo finale è una perfetta integrazione dei velivoli americani nel sistema europeo, dove approderanno permanentemente dal 2021 presso la base della Raf britannica di Lakenheath.

L’F-35 DIPLOMACY

Nel frattempo però, i velivoli di quinta generazione americani sono in Europa da diversi mesi, protagonisti di esercitazioni innovative e di quella “F-35 diplomacy” che ha visto l’USAF stringere e consolidare i rapporti soprattutto con le Aeronautiche di Regno Unito, Israele e Italia. A inizio luglio, l’F-35 diplomacy ha fatto tappa proprio nel nostro Paese, dove gli assetti italiani del 32° Stormo dell’Aeronautica militare, con sede ad Amendola, hanno volato fianco a fianco con gli omologhi britannici (prima) e americani (dopo): una prima volta sui cieli della Penisola. Attività congiunte erano state intraprese anche a giugno durante l’esercitazione Astral Night, facendo registrare l’apprezzamento condiviso per le qualità del velivolo e per l’integrazione delle forze.

LA COOPERAZIONE USA-ITALIA

Lo ha ricordato lo stesso Harrigian alla stampa europea: “Abbiamo fatto enormi progressi con le nostre controparti italiane F-35, facendo così avanzare i programmi di entrambi con missioni di interoperabilità nello spazio aereo europeo; le continue opportunità di gestire insieme questa piattaforma aprono la strada all’integrazione delle risorse di quinta generazione in operazioni multidominio in tutto il mondo”. D’altronde le attività di inizio luglio ad Amendola erano anche tese a testare il concetto di “Supporto logistico avanzato”, perseguito attraverso l’avanzato sistema informatico Alis che consentirà, in prospettiva, di offrire supporto logistico (manutenzione, parti di ricambio e controlli) ai velivoli di tutta la flotta globale da qualsiasi base, compresa quella pugliese.

DOPO IL TRATTATO INF

Non spaventa la fine del trattato Inf che vietava il dispiegamento a terra di missili nucleari a raggio intermedio, definitivamente estinto a inizio agosto con l’uscita degli Stati Uniti determinata dalle violazioni russe denunciate con forza dalla Nato. Il punto, ha spiegato Harrigian, è quello evidenziato dal segretario generale Jens Stoltenberg: evitare una nuova corsa agli armamenti e lavorare sulla difesa. “L’attenzione è in gran parte dedicata alla difesa missilistica balistica”, ha notato. La strada è l’integrazione dei velivoli da combattimento in “una sistema di sistemi più ampio, che ci consentirà di esaminare le potenziali minacce nell’intera area di responsabilità”. Tra sensori per individuare i pericoli, velivoli connessi e pronti al rapido dispiegamento, e sistemi di protezione avanzati, “saremo pronti a difenderci”, ha assicurato il generale.

IL MONITORAGGIO DELLE ATTIVITA’ RUSSE

Il riferimento, tra le righe, è alla Russia, ancora in cima alla lista delle preoccupazioni dell’Alleanza Atlantica. Sotto la lente di osservazione ci sono le recenti esercitazioni delle Forze armate di Mosca, “che noi abbiamo monitorato attentamente, continuando ad assicurare di essere appropriatamente posizionati per la nostra difesa”, in special modo nell’Artico (nuovo fronte di competizione) e nel mare del Nord. “La nostra awareness e la capacità di tracciare tutte le attività russe è molto buona”, ha assicurato Harrigian, con parole che seguono il tweet in cui Donald Trump avvisava Vladimir Putin che gli Stati Uniti hanno piena conoscenza di ciò che è accaduto a Nenoksa, dove l’esplosione presso una base militare continua a preoccupare per i livelli di radioattività registrati.

I (BUONI) RAPPORTI CON ANKARA

Oltre la Russia, ci sono diversi nodi aperti anche all’interno dell’Alleanza Atlantica. Tra questi, spicca il dossier turco. La frattura tra Washington a Ankara difficilmente sarà sanata in tempi brevi, anche perché legata a questioni operative e di interoperabilità che riguardano il sistema russo S-400, tanto desiderato da Recep Tayyip Erdogan fino alla prima consegna di luglio, e tanto osteggiato dagli Usa fino all’esclusione della Turchia dal programma F-35. Di tutta risposta, si vocifera che i turchi siano pronti a chiudere agli americani l’accesso della base di Incirlik. Per risolvere la questione, Harrigian indica la strada operativa, conservando i rapporti tra militari per mantenere una base di unità su cui ricostruire anche le intese politiche. “Restiamo molto concentrati sulle nostre relazioni military-to-military, le quali rimangono ben solide; ho appena parlato con il mio comandante a Incirlik, e il suo rapporto con l’omologo turco è incredibilmente forte e continuativo; l’aeronautica turca continua a supportarci in grande stile”. Ne consegue “nessuna preoccupazione” per le operazioni a Incirlik, per quanto restino “questioni generali, più ampie, politiche che verranno affrontate a quel livello”. Eppure, “al nostro livello, a livello militare, rimaniamo molto vicini ai nostri partner turchi e non vedo intravedo alcun cambiamento in futuro”.

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