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Come supportare l’export della Difesa. Il report della Fondazione Icsa

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
29/07/2019
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L’Italia ha bisogno di una riforma che consenta di stipulare accordi governo-governo per le esportazioni militari. Ne ha bisogno l’industria, chiamata a operare in un mercato internazionale sempre più sfidante, alle prese con competitor agguerriti e con le spalle coperte da Stati ben più attrezzati di noi. Ne ha bisogno il Paese, per rafforzare i rapporti internazionali e il proprio peso nel contesto globale. È quanto emerge dal più recente studio della Fondazione Icsa, Esportazione dei sistemi d’arma: g2g, modelli comparati, opzioni per l’Italia, commissionato dal Senato e pubblicato dall’Osservatorio di politica internazionale, il progetto delle due Camere e della Farnesina che raccoglie i contributi dei più autorevoli centri di ricerca. Per capire meglio le indicazioni rivolte alla politica, Formiche.net ne ha parlato con il presidente della Fondazione Leonardo Tricarico e con l’autore dello studio Gregory Alegi.

IL DIBATTITO RIPARTITO

Il tema è caldo, considerando la competizione sui mercati internazionali, le richieste già arrivate a più riprese dal comparto industriale e il ritardo italiano rispetto ai principali partner e alleati, i cui ordinamenti già consentono di rispondere agli alleati-clienti. Eppure, qualcosa sembra essersi mosso. “Per la prima volta a mia memoria – ci ha spiegato il generale Tricarico – si riscontra da parte della politica e delle istituzioni un’attenzione positiva verso il mondo dell’industria della Difesa, finora sempre trascurato o, in taluni casi, addirittura osteggiato o guardato con sospetto non solo dall’opposizione, ma anche da partiti della coalizione governativa”. Per il g2g, oltre allo studio avviato dalla Fondazione Icsa lo scorso maggio, lo dimostra la risoluzione approvata a inizio luglio dalla commissione Difesa di palazzo Madama con la quale si impegna il governo a procedere sul tema. Sul dossier sta inoltre lavorando al ministero della Difesa il sottosegretario Raffaele Volpi, mentre a palazzo Chigi c’è il tavolo di coordinamento per l’export che fa capo al consigliere militare Carlo Massagli.

COSA È IL G2G

Il dossier è apparentemente complesso, ma di fondo molto semplice: si tratta di permettere allo Stato di offrire alle industria che esportano materiali di difesa non solo supporto tecnico (già possibile), ma anche una vera e propria attività contrattuale. Ciò permettere alle aziende di evitare lunghe e dispendiose gare internazionali, ma anche di presentarsi all’estero insieme allo Stato, una garanzia agli occhi di chi acquista. Su questo, la soluzione individuata dalla Fondazione Icsa si articola in due punti. Primo, “l’elevazione delle decisioni sulle attività di esportazione al massimo livello istituzionale – ha notato Tricarico – con una sorta di comitato di ministri che faccia riferimento alla presidenza del Consiglio e che rifletta come dicasteri la composizione del Consiglio supremo di Difesa”. Oltre al coordinamento che tale soluzione permetterebbe, ha aggiunto il generale, “qualora dovessero emergere perplessità, inconvenienti o interruzioni di rapporti, il Paese avrebbe la tranquillità che la decisione è stata adottata al giusto livello di vertice governativo e che i passi successivi troveranno luogo in quello stesso contesto”.

UNA RIFORMA SEMPLICE…

Poi, il secondo punto: il soggetto attuatore. “Per la negoziazione e l’attività commerciale con un altro Paese, lo abbiamo individuato nel Segretariato generale della Difesa poiché, tra tutti i possibili organismi, risulta quello più attrezzato, con maggiore know how e professionalità”. Ma come si può mettere in piedi questo sistema? “I provvedimenti individuati dallo studio – ha notato Tricarico – non necessitano di complesse modifiche legislative, né della creazione di nuovi organismi che richiederebbero tempi lunghi, introdurrebbero costi e creerebbero ulteriori livelli di coordinamento”. In particolare, ha aggiunto Alegi, “l’unico passaggio legislativo sarebbe un emendamento dell’art.4 del DPR. 104/2015, il regolamento del Codice dell’Ordinamento Militare, per eliminare le parole ad esclusione delle trattative commerciali”. In questo modo, alle attività tecnico-amministrative che la Difesa già offre alle industrie nazionali, ci sarebbero anche quelle commerciali.

…SIMILE ALLA GOVERNANCE SPAZIALE

Per quanto riguarda il livello decisionale, hanno notato entrambi, si potrebbe immaginare di creare un organismo simile a quello introdotto per il settore spaziale con la nuova governance nazionale, un Comitato interministeriale che garantisca coordinamento tra le varie istanze e le diverse esigenze. Su questo, ha detto Tricarico, “ho già evidenza della volontà della presidenza del Consiglio di intraprendere tutte le azioni e le iniziative necessarie per addivenire a un modello g2g che ricalcherà di massima quanto emerso nel nostro studio”. Tale prospettiva, ha affermato Alegi, insieme al Segretariato Difesa quale soggetto attuatore, “eviterebbe la creazione di nuovi soggetti e permetterebbe una rapida introduzione del meccanismo g2g, richiesto dall’industria per poterne disporre nel più breve tempo possibile”.

UN’ESIGENZA IMPORTANTE

Tale esigenza ha origine nella crescente competizione internazionale. Rispetto al precedente studio sull’argomento targato Istituto affari internazionali (Iai) di due anni fa, il Senato ha chiesto alla Fondazione Icsa di aggiungere anche Spagna e Svezia nello studio comparativo, “un primo messaggio sul fatto che la concorrenza sia aumentata”, ha spiegato l’autore della ricerca. Lo dimostrano i numeri: “La quota italiana del mercato mondiale della difesa è calata dal 2,7% del quadriennio 2009-13 al 2,3% del 2014-2018, un calo di circa un quinto a confronto della crescita del 29% degli Usa, del 33% della Francia e del 10% della Spagna”. Proprio da Madrid potrebbero tra l’altro arrivare suggerimenti importanti. “Il modello individuato nello studio – ci ha detto Alegi – si avvicina molto al caso spagnolo, in cui il livello politico è affidato al governo, e la gestione alla Difesa con la sua struttura di procurement, comprensiva di figure militari che seguono l’esecuzione del contratto per la garanzia politica che discende dal fatto che il contratto è Stato-Stato e non Stato-industria”.

IL CONTROLLO

Tra l’altro, ha aggiunto Alegi, “il sistema proposto non toccherebbe minimamente il sistema di controllo alle esportazioni previsto dalla legge 185/1990, né il controllo del Parlamento”. Restano difatti necessari in ogni caso gli accordi di collaborazione tecnico-militare, le intese tra Stati che precedono le vendite militari e che devono passare per le Camere, permettendo il dovuto controllo politico per “vagliare l’affidabilità dello Stato che intende acquistare i prodotti italiani, nonché l’interesse italiano a costruirvi un rapporto”. Posti tali accordi, il sistema si metterebbe in moto nel momento in cui si presentasse l’interesse di un altro Stato per l’acquisto di prodotti italiani. “A quel punto – spiega Alegi – si attiverebbe il meccanismo politico, per valutare, proporre e decidere se autorizzare la Difesa a portare avanti l’iter contrattuale e firmare a nome del governo. In caso di decisione positiva, la Difesa si attiverebbe con il suo segretariato”.

I BENEFICI

“I benefici di una simile procedura sarebbero numerosi”, ha rimarcato Tricarico. Prima di tutto, “si eliminerebbe quell’intermediazione che, come nel noto caso dei manager di Finmeccanica Orsi e Spagnolini, risoltosi in una bolla di sapone, ha spesso prodotto guai a individui, industria e Paese”. Poi, si rafforzerebbero “i meccanismi di saldatura con Paesi con i quali c’è un dialogo sul fronte della sicurezza e difesa”, mentre parallelamente si avvierebbe “uno snellimento delle procedure di export”. Infine, si potenzierebbe la capacità esportativa dell’industria nazionale, poiché “la presenza dello Stato a livello contrattuale sarebbe vista come una garanzia molto importante in fase di negoziazione”. Lo dimostrano i fatti. “Anche di recente – ha detto concludendo Tricarico – l’industria nazionale ha perduto opportunità perché lo Stato acquirente, seppure intenzionato a comprare i suoi prodotti, si è rivolto altrove per l’impossibilità italiana di siglare un accordo g2g”.

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