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Quattro domande sulla sicurezza della rete ferroviaria

Di Gregory Alegi
In In Evidenza
23/07/2019
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Di fronte all’attentato di Rovezzano, la vera domanda non è tanto “chi è stato?” ma “com’è possibile che basti così poco a fermare la principale linea ferroviaria italiana?”. Nell’era della cyber-security, tornerà di moda la sicurezza fisica?

Può una cabina elettrica fermare il traffico ferroviario per alcune ore? All’indomani dell’incendio avvenuto a Rovazzano, la domanda è legittima. La risposta ricorda la legge di Murphy (“poteva accadere e quindi è accaduto”), ma schiude anche alcune domande sulla sicurezza e il funzionamento di un’infrastruttura critica quale la principale dorsale ferroviaria italiana.

La prima domanda è “Qual è la minaccia?”. Secondo la stampa, attentati incendiari con conseguenze minori si erano verificati nel dicembre 2014 (due, a pochi giorni di distanza) e novembre 2015, usando mezzi low tech come taniche di benzina e molotov. Dal “millenium bug” (1999) al blocco di internet in Estonia (2007), fino al misterioso virus Stuxnet, sono invece almeno vent’anni che l’attenzione si concentra sulla possibilità di attacchi informatici da remoto contro reti di comunicazione e infrastrutture critiche. La parola d’ordine è diventata cyber-security, settore sul quale si gettano a capofitto industrie, consulenti e persino editoria (come ci ricorda la nascita della testata consorella Cyber Affairs). Eppure, a fermare i treni è bastato un incendio: lo stesso problema che nel 48 a.C. distrusse la biblioteca d’Alessandria.

La seconda è “Quali sono i livelli di protezione fisica?”. È vero che è difficilissimo assicurare la sorveglianza integrale quasi 17.000 chilometri di rete gestita da Rete Ferroviaria Italiana. Ma è anche vero, come osserva sarcasticamente il sito anarchico-insurrezionalista che ha plaudito all’evento (senza proprio rivendicarlo), che alla fine dei conti la regolarità dei treni dipende da “fragili cavi disseminati un po’ dovunque”. In questo senso, inquieta l’apparente facilità di accedere ai tre pozzetti (oppure ai due pozzetti e un cunicolo, secondo altri resoconti di stampa). Chi ha appiccato il fuoco ha potuto raggiungere il luogo, aprire i pozzetti, depositare il liquido infiammabile, darvi fuoco e andarsene in tutta tranquillità. RFI ha già ammesso che mancavano le telecamere, ma sembra legittima qualche domanda sulla facilità di aprire porte o tombini, sulla loro resistenza al fuoco e sull’analoga facilità di raggiungere i cavi all’interno.

Proseguendo, ci può interrogare circa l’architettura complessiva del sistema. Ammetto di sapere poco o niente di impianti ferroviari. So però che in campo aeronautico gli impianti sono almeno triplici: semplificando, il concetto fail safe (“a prova di cedimento”) ci sono insomma due riserve, in modo che un singolo problema non faccia cadere l’aereo. Sugli aerei militari, l’impianto principale e quelli di riserva passano in punti diversi, diminuendo la possibilità che un colpo fortunato li metta fuori servizio tutti insieme. Il caso Rovazzano sembra indicare un livello di ridondanza molto più basso: se c’era un impianto di riserva, passava evidentemente per gli stessi pozzetti. Un impianto completamente indipendente avrebbe forse evitato l’interruzione del servizio per gli accertamenti da parte della polizia giudiziaria, che secondo RFI hanno richiesto circa tre ore.

Che sia chiaro: la linea alta velocità rispetta senz’altro gli standard tecnici previsti. Non è però detto che gli standard siano adeguati alla necessità di protezione fisica anche nei casi più severi, che potrebbero comprendere non solo gli attacchi terroristici ma anche le emergenze naturali. Considerazioni del genere rientrano nel mandato dell’ANSFISA, l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza di Ferrovie, Strade e Autostrade creata subito dopo il crollo di Ponte Morandi e forse non a caso diretta da un esperto di security (proviene dal SISDE) anziché di safety. L’attentato porta però a chiedere “Quando sarà attiva l’ANFISA?”, il cui direttore Alfredo Principio Mortellaro la settimana scorsa ha lamentato gli ostacoli che si frappongono alla piena operatività.

Più che l’identità dei possibili attentatori, sono queste le domande sulle quali il caso di Rovezzano ci chiede di rispondere per soddisfare non solo la curiosità degli analisti ma anche l’esigenza di effettiva protezione delle infrastrutture critiche da ogni genere di minaccia: cibernetica, certo, ma anche di bassa tecnologia o persino naturale. Perché non è detto che alla rete ferroviaria guardino con interesse solo strutture relativamente spontanee e male organizzate come gli anarco-insurrezionalisti.

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