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70° anniversario della NATO: valori politici e nuove sfide

Di Francesco Butini
In In Evidenza
22/05/2019
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In un volantino distribuito durante le recenti celebrazioni del 25 aprile si parla delle “continue guerre a cui l’Italia partecipa con la Nato” e si chiama la popolazione a partecipare a un incontro sul tema “Nato, quale bilancio storico?” avente il seguente sottotitolo: “70 anni di guerra. Il tradimento dello spirito pacifista e unitario della Costituzione”. Una tale manipolazione della verità dimostra quanto ancora sia necessario ricordare le ragioni dell’Alleanza atlantica, i suoi valori e le sfide per il suo futuro.

Nel 1996 la casa editrice fondata dal quotidiano Il Manifesto pubblicò un libretto dedicato ad Alcide De Gasperi dal titolo “L’Italia atlantica”. La politica degasperiana viene contrassegnata da quell’aggettivo “atlantica” non solo per la sua dimensione internazionale e per le scelte occidentali che De Gasperi riuscì a imprimere alla politica estera italiana, ma anche per il significato complessivo che l’adesione italiana alla Nato tenacemente sostenuta da Alcide De Gasperi avrebbe dato a tutto il periodo storico della nostra Repubblica. L’Italia non ha mai stretto una alleanza di siffatta durata, dalla sua unificazione 158 anni fa. I cittadini italiani hanno liberamente scelto di adottare l’ordinamento repubblicano da 73 anni. La nuova Costituzione democratica è entrata in vigore 71 anni fa. La Nato conta 70 anni. Dunque: 71 anni di democrazia italiana, 70 anni di Nato. Sarebbe mai esistita la democrazia italiana fuori della Nato? Sarebbe mai sopravvissuta senza l’Alleanza atlantica?

 Principi e valori dell’Alleanza

La Nato non è solo una alleanza militare. È una alleanza politica sostenuta da valori comuni, dichiarati e affermati nel testo del trattato. Sono i valori fondamentali delle democrazie liberali, che costituiscono l’identità storica e ideale dell’Occidente. Frutto della sua filosofia politica, e dei suoi lunghi conflitti, dentro le singole nazioni e dentro l’intero continente europeo e americano. Durante la Guerra fredda le democrazie liberali sono state chiamate anche “democrazie atlantiche”, a conferma del carattere politico e valoriale del legame esistente tra i Paesi membri della Nato. Nel preambolo del trattato del 1949 si parla del “desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi”. Ma la pace per una democrazia liberale non può essere a tutti i costi. La pace senza giustizia non può essere l’aspirazione degli uomini liberi. Un conto è il desiderio di vivere in pace, un altro è il desiderio di essere lasciati in pace. Il preambolo ribadisce con decisione la volontà di “salvaguardare la libertà dei loro popoli, il loro retaggio comune e la loro civiltà”. Così la pace è vita e non solo sopravvivenza. Pace e sicurezza, dunque. Ma la sicurezza di che cosa? La sicurezza degli Stati membri “fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sulla preminenza del diritto”. Libertà, democrazia, stato di diritto: questi sono i valori politici comuni da tutelare attraverso una comune difesa, per poter conseguire una pace che garantisca la sicurezza delle democrazie occidentali. Sono valori ricordati nel tempo. Nel Concetto Strategico 2010 dell’Alleanza atlantica, varato a Lisbona nel novembre 2010, si ricorda come “gli Stati membri della Nato formano una comunità di valori unica nel suo genere, devota ai principi di libertà individuale, democrazia, diritti umani e dello stato di diritto”, e nella dichiarazione comune dei rappresentanti degli Stati membri in occasione del 70° anniversario del trattato, il 4 aprile scorso a Washington, si legge che “oggi la nostra Alleanza è la più forte della storia, garantendo la libertà di quasi un miliardo di nostri cittadini, la sicurezza del nostro territorio, e la protezione dei nostri valori, incluso la democrazia, la libertà individuale, i diritti umani e lo stato di diritto”.

L’Italia e la Nato

Settanta anni fa, nel dibattito parlamentare sull’adesione dell’Italia alla Nato, il presidente del consiglio Alcide De Gasperi disse: “il senso di sicurezza ci appare come premessa necessaria alla nostra economia e per elevare il tenore di vita del nostro popolo lavoratore”. Dunque la Nato, pur non avendo alcun compito di politica economica o finanziaria, diventa quella cornice di sicurezza necessaria per poter realizzare con successo le riforme economiche essenziali per ridare sviluppo ai Paesi democratici devastati dalla guerra. Uno dei maggiori sostenitori di questa tesi fu il segretario di Stato agli Affari esteri del Canada Lester Pearson, una delle personalità più eminenti della politica e della diplomazia canadese del dopoguerra. In un articolo pubblicato sul numero di aprile 1949 di Foreign Affairs, Pearson scrisse che “essa [l’unione atlantica, nda] deve creare consuetudini e aspirazioni di cooperazione che vadano al di là della immediata emergenza. Col provvedere al benessere dei popoli degli Stati membri essa deve creare condizioni e aspirazioni per uno sforzo comune che rendano superflui i patti formali. Minacce alla pace possono spingere alla nostra unione. Il suo contributo al benessere e al progresso determineranno la durata della sua sopravvivenza”. Come dire: la minaccia militare e politica dell’Unione Sovietica ci spinge all’alleanza, ma questa alleanza sopravviverà se provocherà, o contribuirà a provocare, anche lo sviluppo e la crescita economico-sociale delle società. La sua sopravvivenza nel tempo sarà determinata dalla reale capacità di sviluppare e garantire il benessere. Altrimenti nella difesa comune si potrebbero insinuare germi disgreganti. Guardando all’oggi si vede come tra i primi dieci Paesi partner dell’Italia per l’interscambio commerciale ci siano otto alleati Nato. Tra i primi dieci partner dell’Italia nell’ambito della cooperazione tecnologica, ci sono di nuovo otto paesi Nato. Tra i primi dieci partner economici ci sono sette alleati Nato, e i primi cinque sono tutti Paesi dell’Alleanza. Per l’Italia, la Nato non ha significato solo difesa militare e sicurezza. Non è stata solo pace: è stata la condizione dello sviluppo. E anche per questo la Nato è potuta durare così tanto, e il Patto di Varsavia alla fine è imploso.

 Il bilancio storico

La Nato è stata la cornice di sicurezza delle libertà democratiche dell’Occidente. All’atto della sua fondazione lo è stata per grandi e antiche democrazie americane come Stati Uniti e Canada, ma anche per antiche democrazie europee come il Regno Unito. Lo è stata per nuove e molto fragili democrazie come l’Italia e per democrazie tradizionalmente isolazioniste o neutrali, come la Norvegia e la Danimarca. E lo è stata anche per un Paese che democratico non lo era come il Portogallo di Salazar, che durante la guerra aveva aiutato non poco gli Alleati. Dal 1955 la Germania Ovest entra nella Nato, che ne diventa lo scudo protettivo per il proprio sviluppo democratico. Vecchie dittature che riescono a evolversi in democrazie trovano nella Nato il proprio scudo di sicurezza come la Spagna post-franchista dal 1982. Caduto il comunismo in Russia e disciolto il Patto di Varsavia, le nuove democrazie dell’Europa orientale sorte dopo la dittatura si rivolgono alla Nato per la propria difesa. E quando la Jugoslavia non regge più al disfacimento del comunismo in corso in tutta la regione orientale dell’Europa e alla fiammata dei nazionalismi interni, i nuovi Stati europei usciti dalla disgregazione dei Balcani guardano alla Nato per la propria sicurezza. Ma non tutto è sempre funzionato bene. Nei suoi 70 anni di vita la Nato ha vissuto anche il dilemma tra la libertà e la sicurezza comune. È accaduto in Portogallo con il regime di Salazar, in Grecia durante la “dittatura dei colonnelli” e in Turchia nella sua alternanza tra democrazia e dittatura militare. Per alcuni anni in questi Paesi durante la Guerra fredda l’interesse per la sicurezza comune degli alleati prevalse sul rispetto dei valori della libertà e della democrazia. Ma valore storico da sottolineare è che per tutti e tre i Paesi, il ritorno alla democrazia è avvenuto sotto l’ombrello della Nato.

 Le sfide future

Le nuove sfide per la Nato sono sintetizzabili in quattro punti: le sue dinamiche interne, il rapporto tra Usa ed Europa, le conseguenze dell’allargamento a est, le nuove minacce cibernetiche e ibride.

1) la questione della suddivisione degli oneri (che non si esaurisce nel rispetto del 2% del Pil per la spesa militare) non può trasformare la Nato nel terreno di una guerra economica a oltranza tra gli alleati, perché così si tradirebbe lo spirito dell’alleanza che garantisce la sicurezza al fine di agevolare la crescita economica e il benessere delle società;

2) l’impressione fornita alla pubblica opinione di una insofferenza degli Usa verso gli alleati europei e la dimensione multilaterale della Nato spesso si contraddice con gli atti politici del Congresso americano e con lo straordinario gradimento popolare degli americani verso la Nato. Meglio guardare agli atti politici che rincorrere twitter;

3) l’allargamento della Nato verso est ha riaperto il confronto con la Russia. Ma poteva un’alleanza politica come la Nato, basata sui valori della libertà e della democrazia, chiudere le porte alle richieste d’ingresso delle nuove democrazie europee, senza tradire se stessa e le sue ragioni ideali? E se l’allargamento genera un nuovo scenario di confronto, tocca alla politica ridurre le ragioni dello scontro senza tradire i valori politici comuni;

4) se la Nato ha la sua ragion d’essere nella difesa della democrazia dei Paesi membri da minacce esterne, deve affrontare la sfida delle manipolazioni cyber che alterano il corretto processo democratico, a partire dalle elezioni politiche e per finire ai processi decisionali.

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