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La Difesa nazionale è a rischio. L’allarme dello Iai

Di Luigi Romano
In In Evidenza
23/04/2019
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La Difesa nazionale è a rischio: senza investimenti e certezza programmatica si rischiano di perdere credibilità internazionale, autonomia tecnologica e una nicchia di eccellenza che il Paese ha faticosamente conservato. È l’allarme lanciato dal vice presidente dell’Istituto affari internazionali Michele Nones sulle pagine di AffarInternazionali, un appello rivolto al governo affinché riprenda in mano i dossier più urgenti per la difesa. Difatti, spiega l’esperto, “quando è in gioco la difesa e la sicurezza e l’immagine internazionale del nostro Paese, bisogna essere seriamente preoccupati”.

I DOCUMENTI MANCATI

La prima preoccupazione riguarda il decreto missioni da cui dipende l’impegno di circa 6 mila militari dispiegati nelle varie operazioni oltre i confini nazionali. Il documento, nota Nones, “è scaduto a fine anno scorso e, quindi, tutte le attività si svolgono formalmente in regime di proroga senza copertura finanziaria”. Poi, c’è il decreto per l’industria aeronautica “che determina i finanziamenti per la ricerca tecnologica civile previsti dalla legge 808/85”. Annunciato dal ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso febbraio durante una visita nella sua Pomigliano D’Arco, ricorda l’esperto, “se ne sono perse le tracce, così come di quello per i programmi militari, preannunciato nella stessa occasione come prossimo all’emanazione”. Sembra pure finito “nel porto delle nebbie” il fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, istituito dalla legge di bilancio 2017 e finanziato nel 2018 con 36 miliardi di euro in sedici anni.

TRA FONDI DEL MISE E DPP

Stesso destino secondo Nones per gli altri finanziamenti del Mise che da qualche anno coprono una buona parte degli investimenti diretti al settore per l’acquisto dei principali sistemi d’arma. Unico riferimento è il Documento programmatico pluriennale 2018-2020 della Difesa, presentato dal ministro Elisabetta Trenta a ottobre dello scorso anno. “Ha rappresentato – nota il vice presidente dello Iai – un vero e proprio libro dei sogni, visto che non ha tenuto conto dei tagli preannunciati dal governo fin dal suo insediamento e poi precisati nella legge di bilancio 2019 presentata contemporaneamente e poi approvata a fine anno”. Teoricamente, aggiunge, “il nuovo Dpp 2019-2021 dovrebbe essere presentato alla fine di questo mese di aprile e là, forse, si capirà qualcosa di più su cosa davvero vuole fare quest’anno il governo”.

QUALE PROSPETTIVA PER IL 2% DEL PIL?

Tutto questo rischia di erodere la credibilità internazionale del Paese, a partire dagli impegni assunti in ambito Nato, ormai ben noti visto quanto siano stati sottolineati dall’amministrazione Usa targata Donald Trump. “Si cerca di nascondere non solo i mancati passi avanti italiani verso l’obiettivo del 2% del Pil per le spese di Difesa entro il 2024, ma anche i passi indietro”, scrive Nones. La proposta avanzata dall’Italia di includere nel computo anche le spese per la sicurezza cibernetica e per quella delle infrastrutture civili utilizzabili a fini militari rischierebbe tra l’altro di produrre effetti indesiderati: “alzare l’asticella, annacquando, inoltre, le spese militari e svalutando la loro specificità ed essenzialità, e mantenere, se non aumentare, il distacco italiano, perché di sicuro non siamo virtuosi nemmeno in questi campi”. Tra l’altro, se dopo cinque anni siamo ancora all’1,15% del Pil, vuol dire che “dovremmo quasi raddoppiarle, aumentandole in media del 15% all’anno; considerando la situazione economica e finanziaria italiana, questo obiettivo è semplicemente ridicolo, a meno che, mantenendo costanti le spese e perseguendo la decrescita felice, si punti a far diminuire il denominatore invece che aumentare il numeratore”.

SOVRANITÀ TECNOLOGICA A RISCHIO?

Poi, ci sono le preoccupazioni sui singoli programmi, quelli che hanno un impatto diretto sulle capacità delle Forze armate di assolvere ai propri doveri di difesa. “I programmi per sviluppare e acquisire nuovi più moderni ed efficienti equipaggiamenti militari hanno una vita media di venti anni, e di altrettanti per il mantenimento e l’aggiornamento”, rimarca Nones. Questo vuol dire “che i salti generazionali dei sistemi d’arma lo sono anche per quanti li dovranno utilizzare. Le scelte di oggi riguardano soprattutto i giovani cittadini e militari di domani: i decisori di oggi devono chiarire se vogliono lasciar loro in eredità un Paese più sicuro o no. E non lo sarà se alleati e potenziali avversari avranno a disposizione mezzi tecnologicamente superiori”.

VERSO LA PARTITA EUROPEA

Finora, l’Italia “ha mantenuto solo alcune capacità tecnologiche e industriali nei settori avanzati, fra cui alcune parti dell’aerospazio, sicurezza e difesa; se non si garantisce la stabilità e la visibilità dei finanziamenti, rischiamo di perderle”, chiosa Nones. “Tanto più quando, come ormai avviene in quasi tutti i programmi militari più importanti, possiamo portarli avanti solo attraverso collaborazioni internazionali: il potere prendere impegni e saperli mantenere è una condizione indispensabile”. Su questo si sta aprendo anche la partita europea, con Bruxelles pronta a mettere sul tavolo 13 miliardi di euro in co-finanziamenti tra il 2021 e il 2027. Essi però “richiedono la messa a disposizione di nuovi fondi nazionali nel quadro di una chiara politica industriale nel campo della difesa; se no, si resta inevitabilmente fuori”, avverte l’esperto.

I PROGRAMMI NECESSARI

“La frittata è completa – aggiunge – quando poi non si rispettano nemmeno gli impegni già presi e si rimettono in discussione i programmi internazionali avviati”. Ciò “continua ad avvenire per il velivolo F35 e per il sistema missilistico Camm-Er, e così si rischia di compromettere anche il futuro di migliaia di giovani ingegneri e tecnici che, invece, potrebbero contribuire a mantenere l’Italia fra i Paesi tecnologicamente e industrialmente avanzati”. Per il Joint Strike Fighter, dopo la valutazione tecnica del ministero della Difesa, il dossier è nelle mani del premier Giuseppe Conte, che ne dovrebbe parlare direttamente con Trump. Per il sistema missilistico l’allarme è giunto a più riprese e da più parti. Il programma è già stato identificato per la sostituzione dei missili Aspide che attualmente assicurano la difesa terra-aria dell’intero Paese; il problema è che saranno fuori servizio dal 2021, mentre il Camm-Er è attualmente privo di copertura finanziaria.

L’APPELLO

A tutto questo si aggiunge il tema della trasparenza. “A quattro mesi dall’inizio dell’anno nessuno sembra sapere o, nel caso peggiore, dire quanto spenderemo realmente nel 2019 e come saranno ripartite le spese”. Ne consegue l’appello finale di Nones: “Sarebbe bene che le commissioni Difesa ribadiscano che un compito primario e costituzionale del Parlamento è quello di controllare l’azione del governo; sarebbe quindi auspicabile che venissero convocati i ministri responsabili perché chiariscano e spieghino al Parlamento e all’opinione pubblica cosa sta succedendo e cosa stanno combinando”.

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