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Turchia, Libia e il fattore Trump. Come la pensa la Nato

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
12/04/2019
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Possibile intervento della Nato in Libia? “No, la crisi non si risolve sul campo di battaglia”. Parola di Rose Gottemoeller, vice segretario generale dell’Alleanza Atlantica, numero due di Jens Stoltenberg, che abbiamo incontrato a margine dell’evento organizzato a Roma dal Nato Defense College per festeggiare i settant’anni della Nato, con lo sguardo dritto verso le (tante) sfide del futuro. Approdata al quartier generale di Bruxelles nel 2016, la Gottemoeller è stata sottosegretario del dipartimento di Stato degli Stati Uniti per Arms control e, prima, ha guidato per gli Usa le negoziazioni che portarono alla firma dello storico trattato nucleare New Start con la Russia. Con lei abbiamo parlato della crisi libica e dei dubbi relativi al progetto di Difesa europea, partendo però del tema che rischia di incrinare l’Alleanza.

Sta facendo discutere in questi giorni il raffreddamento dei rapporti tra Washington e Ankara per l’acquisto turco del sistema missilistico russo S-400. Qual è la posizione della Nato nella diatriba tra due membri storici e importanti?

La Nato mette sempre in evidenza che le decisioni sugli equipaggiamenti militari sono sovrane: appartengono ai singoli Stati membri. Al tempo stesso però, sottolinea la necessità di interoperabilità tra gli assetti militari. Nessun membro dell’Alleanza opera il sistema S-400, cosa che lo rende non interoperabile con gli altri sistemi Nato. Ciò rappresenta per noi un principio molto importante. Chiaramente, il tema risulta al momento particolarmente significativo perché coinvolge due grandi alleati, Stati Uniti e Turchia, ma noi continuiamo a enfatizzare l’importanza dell’interoperabilità. Da questa prospettiva spero davvero che una soluzione possa essere trovata.

In che modo?

Noto ad esempio che Ankara sta parlando con Italia e Francia sul Samp/T (un batteria dell’Esercito italiano è già schierata in Turchia, ndr), sistema di difesa molto capace. Noto anche che proseguono i colloqui con gli Stati Uniti sul Patriot. Credo che sia una buona cosa che ci siano altre opzioni sul tavolo.

Intanto, la presidenza Trump continua a richiamare gli alleati al rispetto del 2% del Pil da spendere nella difesa. Ritiene che l’effetto di tale pressione sia positivo per l’unità e la solidarietà interna all’Alleanza?

La leadership della Nato ha sempre ritenuto tale pressione, proveniente da Washington in modo davvero molto forte, come un contributo di supporto al dibattito sul burden sharing. Un dibattito tutt’altro che nuovo. Recentemente ho riletto un discorso del presidente Kennedy del 1962 in cui spiegava che era giunto il momento che gli alleati pagassero di più e smettessero di fare i “free riders” con gli Stati Uniti. E questo avveniva oltre cinquanta anni fa. Quindi, dal punto di vista della Nato, si tratta di un tema di vecchissima data; ogni presidente americano l’ha portato avanti.

Trump però sembra averlo fatto in modo diverso rispetto ai suoi predecessori.

Perseguendo l’obiettivo nel modo in cui l’ha perseguito, Trump ha alzato l’asticella spingendo l’Alleanza a fare di più. Questo ha fatto la differenza. Dal 2017 sono stati messi sul tavolo 41 miliardi di dollari in più dagli alleati europei e dal Canada. Ci aspettiamo che tale extra raggiunga quota 100 miliardi entro la fine del 2020. In definitiva, per rispondere alla domanda, dalla nostra prospettiva la pressione che arriva da Washington è positiva.

Tra le novità più recenti c’è l’Hub per il Sud di Napoli, fortemente voluto dall’Italia. A che punto è la sua operatività? Che attività svolge?

Mi lasci dire che non vedo l’ora di visitare l’Hub. Purtroppo non ho ancora avuto modo, ma spero di farlo al più presto. Ha già raggiunto la sua operatività, con oltre 70 esperti che oggi vi lavorano. Insomma, sta funzionando a pieno ritmo. È una novità che mi piace particolarmente, forse a causa della mia carriera, spesa a metà tra mondo accademico e di governo. Nell’Hub ci sono infatti esperti indipendenti e governativi, oltre a quelli militari e provenienti dalle agenzie di intelligence. Si tratta di una grande comunità di conoscenza ed expertise che aiuta la Nato a guardare oltre l’orizzonte, verso minacce che arriveranno in futuro dal fianco sud. Tra queste, ci preoccupa la pressione migratoria, ma anche le sfide rappresentate dal traffico di essere umani, di armi, droga e altri illeciti. Sono tutti temi che hanno un impatto sulla sicurezza del Mediterraneo, dei nostri partner e persino di alcuni Stati membri come l’Italia. Penso dunque che l’Hub possa aiutarci a giocare d’anticipo rispetto a questi problemi. Ha un grande valore e, ripeto, non vedo l’ora di visitarlo.

Tra l’instabilità di cui ha parlato spicca in queste ore l’escalation in Libia. Vede prospettive per un eventuale intervento della Nato a sostegno del governo Serraj, sostenuto dall’Onu?

La crisi libica non verrà risolta sul campo di battaglia. Non c’è alcuna soluzione militare. Tutte le parti coinvolte devono rientrare nel processo politico e tornare al tavolo dei negoziati. La Nato ha fortemente supportato il lavoro che il segretario generale della Nazioni Unite, António Guterres, e l’inviato speciale, Ghassan Salamé, hanno fatto per riportare tutti allo stesso tavolo. L’Alleanza Atlantica è vista soprattutto per le capacità e i valori espressi nei campi di “defence capacity building” e “institution building”, temi di cui abbiamo trattato a più riprese con le autorità libiche per supportare la creazione di un ministero dello Difesa, di uno staff generale, di strutture e istituzioni per la sicurezza e l’intelligence. Sono queste le cose che la Nato sta pianificando al momento. Speriamo che la situazione si possa rapidamente stabilizzare così da tornare presto a lavorare.

Nel frattempo si avvicinano le elezioni per il Parlamento europeo e cresce l’apprensione per gli effetti di eventuali attività di disinformazione da parte di competitor. Come è percepita la minaccia dalla Nato?

L’Alleanza ha 70 anni. È nata il 4 aprile del 1949 proprio mentre la Guerra fredda stava partendo. Sin dai primissimi giorni siamo stati oggetto della propaganda sovietica. Disinformazione e misinformazione (quando informazioni false sono diffuse non intenzionalmente, ndr) non sono nulla di nuovo per la Nato. Tuttavia, in anni recenti sono diventate dirimenti, sovraccaricate dallo sviluppo e dalla rivoluzione prodotta da nuove tecnologie di informazione e social media. Questi aiutano ad accelerare il ciclo con cui la disinformazione acquisisce slancio e impatta sulle società. Proprio per questo la Nato considera tali attività nell’ambito delle minacce ibride da affrontare anche da una prospettiva militare. Con le elezioni in vista la preoccupazione aumenta. Ogni tentativo di disinformazione o di intrusione nei processi elettorali (dai sondaggi alle stazioni di voto) è da considerarsi un’interferenza illegale e inaccettabile.

Nel Vecchio continente procede spedito il progetto per una Difesa comune. Dalla leadership Nato è arrivato il supporto all’iniziativa, ma anche la chiara richiesta di evitare duplicazioni…

Assolutamente sì. L’Alleanza ha una storia lunghissima di processi di definizione dei requisiti di capacità, chiamati Defence planning process (Nato Dpp). In relazione al cosiddetto Defence Investmnent Pledge si parla spesso del 2% del Pil da spendere in Difesa, ma gli impegni prevedono anche che il 20% di tale percentuale venga speso in investimenti per nuovi equipaggiamenti. L’NDpp aiuta i Paesi a pianificare alla luce di ciò che serve davvero all’Alleanza per la difesa, e l’interoperabilità è una richiesta costante. Questo è il cuore dei requisiti da parte della Nato, da cui ne deriva una certa preoccupazione sul fatto che l’Unione europea possa sviluppare un processo differente di definizione dei requisiti di capacità. L’Ue conduce missioni diverse rispetto all’Alleanza, anche molto distanti da quello che noi riteniamo in termini di difesa e deterrenza in Europa. Per questo sosteniamo che occorre guardare con attenzione a ciò che si intende con “capacità necessarie” per ognuna delle due istituzioni, Ue e Nato, definendo i requisiti in termini di trasparenza e complementarietà, non di competizione.

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