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Cosa serve alla Difesa. L’appello dell’industria al governo

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
11/04/2019
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Uno: affermare la chiara collocazione euro-atlantica del Paese, così da non perdere credibilità con i partner storici. Due: istituzionalizzare e potenziare il supporto all’export, magari partendo da un aggiornamento normativo sugli accordi governo-governo ormai urgentissimo. Tre: garantire stabilità programmatica di investimenti e risorse, evitando cambi di rotta e interruzioni inaccettabili per programmi che si sviluppano per decenni. Sono le richieste che il comparto dell’aerospazio e difesa ha rivolto al governo nel corso dell’evento “La Difesa come volano di crescita dell’economia nazionale”, aperto oggi a Roma dal ministro Elisabetta Trenta che, fuori programma, è intervenuta in chiusura di panel per la risposta.

UNA POLITICA INTERNAZIONALE STABILE

Il sistema-Paese ha le capacità per funzionare bene, ha notato l’ad di Leonardo Alessandro Profumoricordando il contratto siglato lo scorso anno in Qatar per 12 elicotteri NH90. Certo, ha aggiunto, “ci sono certamente dei passi in avanti che si possono fare”, tra cui “gli accordi governo governo”, tema “importantissimo” su cui da tempo si auspica un “cambiamento normativo”. Poi, c’è bisogno di “una politica internazionale stabile”, ha rimarcato l’ad di Leonardo, citando in questo senso “i danni che la Germania potrebbe subire con i cambiamenti di politica internazionale fatti di recente”. Il comparto della difesa “vende servizi di sicurezza con una vita utile di decenni, e un servizio di sicurezza c’è nella misura in cui il prodotto può essere utilizzato nel tempo; dobbiamo dare ai clienti la certezza che il prodotto sarà garantito sempre, e questo è ovviamente legato alla politica internazionale del Paese”.

IL SUPPORTO DELLE ISTITUZIONI

Non ha dubbi neanche Guido Crosetto: “Non esiste un settore industriale diverso da quello della Difesa che abbia un legame così indissolubile e forte con lo Stato”. Ciò significa però che “non esiste un’industria della Difesa se non esiste la volontà della sua esistenza da parte delle istituzioni”, e il dato è abbastanza evidente nel campo dell’export (per il settore in calo del 50% nel 2018). “Non si esporta con la tecnica ma con la credibilità complessiva del Paese”, ha evidenziato Crosetto ricordando i successi della gare in Kuwait (Eurofighter) e Qatar (elicotteri NH90). Certo, quelle esperienze positive di sistema-Paese, nate “all’italiana, un po’ in modo artigianale”, ora andrebbero “industrializzate”. L’obiettivo è rafforzare un comparto che “a sua volta supporta le relazioni tra Paesi”, poiché “le vendite militari sono un elemento di diplomazia politica fortissimo”. Certamente, perché ciò funzioni occorre “dotarci di strumenti, istituzionali e normativi, che ci mettano in condizione di competere con gli altri”. In cima alla lista, anche per Crosetto, ci sono gli accordi governo-governo.

COSA INSEGNA L’ESPERIENZA USA

Che la Difesa sia un elemento portante della politica estera e una componente essenziale del sistema-Paese lo insegna più di tutti l’esperienza degli Stati Uniti, che dopo gli anni di crisi sono riusciti a rinvigorire il comparto nazionale registrando crescita e sviluppo a favore dell’ecosistema economico nel suo complesso. Come? Lo ha spiegato il direttore Europa e Nato di Lockheed Martin Luigi Piantadosi, citando i tre requisiti per una forte industria della difesa sulla scia del caso d’oltreoceano. Prima di tutto, “servono le risorse”, essenziali per ogni settore industriale. Poi, occorre “la stabilità delle risorse”, fondamentale in programmi di lungo termine. Terzo, ha rimarcato, bisogna puntare “in educazione e formazione”, in particolare sulle discipline Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) per poter cogliere le sfide della rivoluzione digitale in atto.

LO SGUARDO AL FUTURO

Così si può rivolgere lo sguardo verso il futuro. La stessa Lockheed Martin, ha notato Piantadosi, “sta spingendo le frontiere molto in avanti”, con un programma di sviluppo con la Nasa nel campo del volo supersonico, con i progetti nel segmento ipersonico e persino “verso l’esplorazione profonda dello spazio”, tanto da aver già registrato il marchio Lockheed Martin Interstellar. Oltre a questo, ci sono in ballo “grandi programmi” che possono essere di particolare interesse per l’Italia, ha notato Piantadosi. Seguendo la strada tracciata dalle “alleanze transatlantiche” e tenendo a mente che “i maggiori investimenti sono negli Usa”, anche il nostro Paese “riuscendo ad agganciarsi otterrebbe grandi numeri e di lungo termine”.

LE TRE GRANDI SFIDE INDUSTRIALI

Lo stesso avviso “ad allacciare le cinture” è arrivato dal presidente di Boeing Italia Antonio De Palmas. “I nuovi scenari tecnologici e industriali stanno trasformando in maniera radicale il settore aerospaziale”, ha detto. “I modelli di business che hanno definito gli anni passati saranno diversi da quelli che definiranno il comparto aerospazio e difesa nei prossimi vent’anni”. Dunque, “considerato anche il ruolo dell’Italia nel nuovo scenario mondiale, sarà fondamentale che il nostro Paese adotti una nuova strategia di sistema capace di combinare in modo integrato le capacità dell’industria nazionale con la presenza e gli investimenti dei grandi player globali”. Solo così si riuscirà a “garantire l’accesso delle aziende italiane ai grandi programmi internazionali e a sviluppare capacità e tecnologie che consentiranno di essere competitivi nei prossimi anni”. D’altronde, all’orizzonte si profilano tre grandi sfide industriali. La prima riguarda “il cambiamento del modo di produrre”, una rivoluzione “strutturale” che, tra Internet of Things e additive manufacturing, darà un nuovo volto al comparto. La seconda è rappresentata dagli “enormi flussi di crescita; il settore dell’aerospazio e del trasporto aereo avrà tassi annui positivi del 5 o 6%”, ha notato De Palmas. Sarà “una forza in grado di cambiare la conformazione dell’industria”, richiedendo un adeguamento necessario a non sopperire. Infine, c’è “il cambiamento di prodotto, con un’evoluzione che si muove ad esempio tra guida autonoma e mobilità integrata”.

CONTINUITÀ DI INNOVAZIONE

D’altra parte, la stabilita programmatica è fondamentale in tutti i segmenti della settore difesa e aerospazio, poiché quest’ultimo vive di innovazione, ha notato Pasquale Di Bartolomeomanaging director di MBDA Italia; “e l’innovazione ha bisogno di continuità”. Pur non citando programmi specifici (il Camm-Er è ancora in attesa di finanziamenti), Di Bartolomeo ha ricordato che “tutti i nostri programmi di sistemi missilistici nascono da una continuità di innovazione”. Interromperla significherebbe creare gap difficilmente colmabili nei prossimi anni. Un altro focus riguarda le competenze delle risorse umane, in un periodo in cui il comparto pare essere divenuto meno appetibili. “Non basta attrarre giovani ben preparati; dobbiamo riuscire a trattenerli, valorizzandoli e accompagnandoli in percorsi precisi”.

“NON TOCCARE I FONDAMENTALI”

Una richiesta precisa al governo italiano è arrivata dal presidente di Elettronica Enzo Benigni in merito ai programmi comuni “di cui vive l’industria della difesa nazionale”. Il riferimento è al caccia Eurofighter, per cui Benigni ha ricordato i numeri: 150mila posti di lavoro generati e 100 miliardi di valore. Ora, ha aggiunto, “l’Italia deve avere un ruolo nello sviluppo del mid life update (Mlu) per poter conservare la sovranità nazionale nella tecnologia; siamo seduti al tavolo con altri Paesi, Uk, Germania e Spagna, e ciascuna industria nazionale ha necessità del supporto dei rispettivi governi”. Occorre evitare, ha spiegato il numero uno di Elettronica, “il rischio che un’eventuale carenza di fondi coincida con l’appuntamento del Mlu; è fondamentale che il tavolo industria-difesa agisca con tempestività”.

IL DUAL USE NEL SETTORE DEI VEICOLI

Le prospettive di crescita ci sono, soprattutto sulla scia del “duplice uso”, tale per cui tecnologie sviluppate in ambito militare possono vedere applicazioni rilevanti nel settore civile (e viceversa). Lo ha spiegato nel suo intervento Claudio Catalano, amministratore delegato di Iveco Defence Vehicles: “C’è un utile scambio di cooperazione”. In particolare per un’azienda impegnata nella realizzazione di veicoli, “tale contaminazione e il benefico che ne deriva rispondono alla necessità di mantenere attive entrambe le linee di sviluppo, militare e civile”. Basti pensare che “un veicolo ad applicazione militare normalmente è in grado di superare pendenze superiori al 60%, di operare in condizioni climatiche e ambientali estreme”, caratteristiche che lo rendono adatto anche a impieghi civili, come emergenze e crisi. Certo, ha notato ancora Catalano, guardando a un futuro contraddistinto da crescente digitalizzazione “le modalità di impiego di un veicolo per la difesa pongono delle sfide diverse da un qualunque altro tipo di veicolo”.

LA RISPOSTA DELLA TRENTA

Fuori programma, al termine del panel, la risposta del ministro Trenta. “La chiave di tutto è il sistema, e la Difesa si fa promotrice di questo, anche quando non si vede, coinvolgendo ad esempio le altre amministrazioni dello Stato”. In tal senso, la spinta sul dual use è “una strategia che nasce dall’esigenza di mostrare le grandi ricadute che ci sono per questo comparto”. In chiusura, “un piccolo appunto alle imprese: c’è bisogno che anche voi parliate di più”. La difesa parte dalla cultura.

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