Trovaci su: Twitter

Difesa europea, c’è l’accordo sul Fondo comune da 13 miliardi

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
20/02/2019
0 Commenti

C’è l’accordo sui 13 miliardi di euro del Fondo europeo per la difesa (Edf), lo strumento con cui il Vecchio Continente punta a integrare un settore complesso e soggetto a una sempre crescente competizione internazionale. Parlamento e Consiglio dell’Unione europea hanno infatti trovato l’intesa sulla bozza di regolamento della Commissione, che ora passa dunque alla fase di adozione formale, sperando di chiudere il tutto entro le elezioni del prossimo maggio. Per l’Italia, gli esiti del “trilogo” confermano quanto già ottenuto in precedenza, a partire dalla norma che evita l’asse franco-tedesco, prevedendo che i programmi da finanziare siano realizzati da almeno tre aziende stabilite in altrettanti Paesi.

IL PROGRAMMA

Il Fondo si inserirà nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, valido per il periodo 2021-2027. L’Edf sarà dotato di ben 13 miliardi di euro: 4,1 miliardi saranno destinati alla ricerca, mentre 8,9 andranno a cofinanziare le attività di sviluppo delle capacità. Per i programmi di ricerca, si prevede la possibilità di un finanziamento fino al 100% da parte dell’Ue. Per le capacità invece, le risorse comuni copriranno solo fino al 20%, questione che evidenzia l’esigenza che gli Stati partecipino con investimenti propri, superando la logica secondo cui la Difesa comune soppianterà gli sforzi nazionali. Per le attività di collaudo, qualificazione e certificazione, il bilancio dell’Unione potrà coprire fino all’80%. In ogni caso, si prevedono incentivi superiori per i progetti che prevedano la partecipazione transfrontaliera alla filiera della difesa di numerose Pmi e imprese a media capitalizzazione, offrendo tassi di finanziamento più elevati. Un 10% di finanziamento Ue aggiuntivo è previsto anche per i programmi sviluppati nell’ambito Pesco, anche se non in modo automatico.

PROGETTI E PARTECIPANTI

Per quanto riguarda i progetti finanziabili, sono quelli definiti in base alle priorità di difesa concordate dagli Stati membri nel quadro della politica estera e di sicurezza comune. Potranno tuttavia essere prese in considerazione anche priorità regionali e internazionali, ad esempio nel quadro della Nato. Evitata la trappola di assi bilaterali. Saranno infatti ammissibili solo i progetti collaborativi che coinvolgano almeno tre soggetti idonei provenienti da almeno tre Stati membri o Paesi associati, un punto su cui l’Italia ha spinto molto riuscendo a spuntarla rispetto all’attivismo francese. Poi, si prevede che una quota della dotazione di bilancio compresa tra il 4% e l’8% sia destinata all’innovazione dirompente e ad alto rischio, “che darà impulso alla leadership tecnologica e all’autonomia di difesa dell’Europa a lungo termine”, spiega la Commissione.

I SOGGETTI AMMISSIBILI

Anche sui soggetti ammissibili è passata la linea sostenuta dall’Italia e già confluita nelle bozze precedenti (nonostante alcuni tentativi, sponda Parlamento, di capovolgerla). Nessuna azienda, anche se di proprietà straniera, viene infatti esclusa dal Fondo. “In linea di principio – rimarca la Commissione – solo i soggetti stabiliti nell’Ue o nei Paesi associati che non sono controllati da Paesi terzi o da soggetti giuridici di Paesi terzi sono ammissibili al finanziamento”. Eppure, in deroga a ciò, si prevede che le controllate di società di Paesi terzi con sede nell’Ue possano essere ammessi al finanziamento, a condizione che siano garantiti gli interessi di sicurezza e di difesa dell’Ue e degli Stati membri (una sorta di golden power). Non restano esclusi neanche i soggetti che sono stabiliti al di fuori dell’Unione, che comunque non potranno ricevere finanziamenti dal bilancio europeo.

PROGRAMMI PILOTA

L’accordo odierno ha potuto contare sulle negoziazioni (complesse e lunghe) che sono state effettuate negli scorsi anni sui due programmi pilota. Già per il triennio 2017-2019, la Commissione ha difatti previsto uno stanziamento di 90 milioni di euro per attività di ricerca in ambito militare all’interno dell’Azione preparatoria per attività di ricerca nel settore difesa (Padr), su cui l’Italia ha conquistato una posizione importante con la guida di Leonardo per il progetto più corposo e importante: Ocean 2020. Allo stesso modo, pure per la parte relativa allo sviluppo delle capacità si è prevista una fase embrionale. Per il biennio 2019-2020 è già partito il Programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa (Edidp), con un’allocazione di 500 milioni di euro e le prime call ormai in partenza.

LA SFIDA PER L’ITALIA

La partita è dunque aperta, con 13 miliardi di euro che fanno gola a molti. Francia e Germania hanno palesato da tempo le proprie ambizioni, con il trattato di Aquisgrana che, secondo molti osservatori, suona come un campanello d’allarme sull’intenzione di “farla da padroni”. L’Italia non può tirarsi indietro, e anzi sembra chiamata a cogliere la sfida mantenendo alta l’iniziativa propositiva nelle sede negoziali e aumentando gli investimenti destinati al settore. Si tratta di iniziare a presentare progetti concreti, cosa che Parigi ha già fatto con una strategia di lungo periodo. In altre parole, dovrà essere sviluppata una sorta di road map nazionale, in cui istituzioni e imprese definiscano insieme priorità e settori su cui puntare, cercando di preservare quelle aree in cui possiamo già vantare un ruolo di leadership. Forse, è il momento di accelerare il dibattito.

Lascia un commento

avatar