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Afghanistan, missili e budget. L’agenda della ministeriale Difesa della Nato

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
12/02/2019
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Il ritiro americano dall’Afghanistan? Ne parleremo con gli alleati. Il trattato sui missili? È solo colpa della Russia, ma si può discutere di un nuovo accordo che comprenda più Paesi. Le spese per la difesa? Apprezziamo gli sforzi, ma occorre fare di più. È il punto della rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la Nato, Kay Bailey Hutchison, soffermatasi con la stampa europea per anticipare i temi che, domani e dopodomani, saranno sul tavolo del vertici tra i ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica. Dopo gli annunci di Donald Trump sulla volontà di ritiro da Siria e Afghanistan, e dopo l’allontanamento forzato di James Mattis, sarà un debutto delicato per il nuovo numero uno del Pentagono, Patrick Shanahan (che intanto è in Afghanistan). Per l’Italia ci sarà Elisabetta Trenta, pronta a ribadire la proposta di considerare nel computo delle spese militari anche gli sforzi messi in campo per la cyber-security.

L’AGENDA DELLA MINISTERIALE

“Ci aspettiamo un vertice molto produttivo”, ha spiegato la Hutchison anticipando l’agenda della ministeriale. Il primo tema sul tavolo sarà il protocollo di accesso della Macedonia del Nord, fresca di via libera del Parlamento nazionale sul cambio del nome. La modifica al Trattato del 1949 dovrà essere approvata da tutti gli Stati membri, ragion per cui si cercherà il pieno consenso a un processo già spinto dall’accordo raggiunto tra Skopje e Atene. “Gli Stati Uniti supportano con convinzione il completamento dell’accesso della Macedonia dell’Alleanza”, ha assicurato la rappresentante Usa. Poi, si discuterà nuovamente del trattato sui missili Inf, da cui gli Stati Uniti sono usciti da pochi giorni sulla scia delle ripetute accuse (con tanto di ultimatum) rivolte alla Russia.

VERSO UN NUOVO TRATTATO SUI MISSILI

“Sono comprovate da anni – ha ricordato l’ambasciatore americano – le violazioni di Mosca al trattato”, uniche colpevoli dell’uscita Usa dagli accordi. “Restiamo a favore del disarmo nucleare e della non proliferazione”, ma “occorre che gli accordi siano rispettati da tutti”. Così, scaduto l’ultimatum, “l’America sta ora procedendo con lo sviluppo” di armamenti prima proibiti. Per ora, il focus resta sulla Russia, che ha meno di sei mesi per dimostrare il suo rispetto al trattato e salvare lo storico accordo che risolse la crisi degli Euromissili nel 1987. Poi, si potrà anche parlare “di un accordo che includa tutti i Paesi che dispongono di missili nucleari a raggio intermedio”. D’altra parte, ha notato la rappresentante, “il controllo delle armi è in cima alla nostra agenda”.

IL TEMA DELLA SPESA

Eppure, in cima all’agenda del presidente Trump c’è anche il tema della spesa per la Difesa. Nei vari contesti transatlantici, il tycoon non ha perso occasione per rimproverare gli alleati sulla lontananza degli obiettivi sanciti nel 2014 in Galles, che prevedono di destinare il 2% del Pil alla Difesa e il 20% di questo agli equipaggiamenti. La Hutchison, come sempre, è sembrata voler rassicurare gli europei riportando nei binari le intemperanze dell’inquilino della Casa Bianca. “Gli alleati – ha notato – hanno fatto un grande lavoro sul burden sharing”, ha notato ricordando anche come il budget (o cash) sia solo una delle tre C (con capabilities e contribution). Su tutti e tre gli aspetti “i Paesi membri si stanno sforzando notevolmente” e a Bruxelles i ministri della Difesa “discuteranno per rafforzare questo impegno”.

LA PROPOSTA ITALIANA

Ieri, sul Financial Times, il ministro della Difesa italiano Elisabetta Trenta ha spiegato la proposta che presenterà ai colleghi a Bruxelles, già lanciata sul tavolo del summit dello scorso luglio tra i capi di Stato e di governo. Si tratta di includere nel conteggio della spesa per la difesa “anche gli investimenti non militari destinati alla sicurezza civile”. Difatti, ha notato la Trenta, “vi sono parti della nostra spesa che sono correlate alla difesa, ma che non sono incluse nel bilancio della difesa”. Tra queste, soprattutto “gli investimenti nella sicurezza cibernetica”. In ogni caso, ha aggiunto, “non sto dicendo che non dovremmo investire denaro, ma che dovremmo farlo per cose che in passato non erano considerate come spese di difesa”.

STRUMENTI DI DETERRENZA E AFGHANISTAN

Comunque, a Bruxelles si parlerà anche di deterrenza, dando seguito alle novità arrivate dal vertice di luglio. In particolare, ha spiegato la Hutchison, si discuterà dell’attuazione della capacità di reazione rapida, attraverso il meccanismo dei “quattro trenta”: 30 battaglioni di terra, 30 squadroni aerei, 30 squadre navali, pronti a intervenire in di 30 giorni. Si parlerà poi della collaborazione tra Nato e Unione europea, soprattutto sul dossier relativo alla mobilità militare, per cui all’Alleanza serve il supporto giuridico e normativo dell’Ue. Anche “le telecomunicazione e le nuove tecnologie” saranno sul tavolo della ministeriale, mentre c’è una particolare attesa sulla missione Resolute Support in Afghanistan. Dopo gli annunci del presidente su un eventuale ritiro e il deal raggiunto con i talebani, gli alleati europei attendono indicazioni da Shanahan, che tra l’altro arriverà a Bruxelles dopo la visita nel Paese dell’Asia centrale (“Ci siamo focalizzati sulle tattiche di combattimento finalizzate ad assicurare la pace”, ha spiegato l’acting secretary via Twitter). “Sul processo di pace – ha ricordato l’ambasciatore americano – stiamo procedendo nella giusta direzione, ma non siamo comunque arrivati al punto che vorremmo”.

LE PREOCCUPAZIONI TRA TURCHIA E FRANCIA

Poi, ci sono i temi “interni” all’Alleanza Atlantica. Se l’intenzione della Turchia di acquistare il sistema russo S-400 per la difesa missilistica continua a essere mal digerito, anche le ambizioni francesi sulla leadership europea sembrano aver allertato gli Usa. “Siamo molto preoccupati”, ha detto la rappresentante statunitense circa la fornitura dell’S-400 ad Ankara. Qualora venisse finalizzata, ha aggiunto, sarebbe un problema per “le nostre capacità di difesa” e per la possibilità che i russi “violino intelligence e informazioni sensibili”. Altra questione è l’European intervention initiative (Ei2) lanciata dalla Francia di Emmanuel Macron, un’iniziativa ancora poco definita (a cui comunque hanno aderito per ora dieci Paesi) e che è estranea tanto al contesto Nato, quanto al contesto dell’Ue. Sul tema, il presidente francese e Donald Trump litigarono a novembre in occasione delle celebrazioni parigine per i cento anni dalla fine della Grande guerra. “Che si lavori per unire le forze europee nel campo della difesa è cosa buona – ha detto la Hutchison – ma l’iniziativa dovrà essere compatibile e non duplicare gli sforzi della Nato”. Altrimenti, ha concluso, “ne risentirebbero l’efficienza e la capacità di assicurare forza alla nostra difesa collettiva”.

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