Trovaci su: Twitter

Ottobre 2018

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
08/10/2018
0 Commenti

A inizio settembre, in un incontro promosso da Airpress per far dialogare politica, industria e mondo universitario, di fronte alla platea, un tecnico malignò che il governo, per trovare le risorse per il reddito di cittadinanza, non facesse proprio un vecchio comportamento italico di saccheggiare il bilancio (già precario) della Difesa. Ebbene, la platea allora non batté ciglio (sull’onda della fiducia posta nelle parole del ministro Trenta di sostengo al comparto), oggi forse non sarebbe così.

Quando il governo Conte si è insediato, in molti si sono chiesti che atteggiamento avrebbe assunto nei confronti della Difesa del nostro Paese. La Lega è sempre stata considerata vicina per tradizione alle Forze armate, ai temi legati alla sicurezza e al valore dell’industria. A preoccupare era piuttosto il Movimento 5 Stelle, per via della sua dipendenza da una parte del suo elettorato – minoritaria ma rumorosa – a vocazione antimilitarista. In molti hanno però guardato con ottimismo (erroneamente?) alla svolta interpretata da Luigi Di Maio durante la campagna elettorale. Le sue parole sembravano assicurare una leadership consapevole degli equilibri internazionali e delle necessità di difesa di un Paese che fa parte del G7.

Ebbene, con sorpresa e sgomento, quei timori iniziali hanno preso forma proprio nelle recenti esternazioni del vicepremier Luigi Di Maio e nella sua scelta, francamente incomprensibile, di bloccare al Mise attività di finanziamento già previste e già a budget. I programmi relativi alla legge navale, quello di difesa missilistica Camm-Er, quelli relativi ai droni P.2HH, ai caccia F-35, agli elicotteri NH90 sono fermi per il timore (sic!) di un contraccolpo elettorale in vista delle europee e della competizione interna con Salvini. La cosiddetta “manovra del popolo” sembra, nelle parole di Di Maio, voler essere punitiva verso il comparto della sicurezza.

Se l’obiettivo fossero i “tagli alla spesa militare inutile” saremmo tutti favorevoli. Il problema è che non ci sono spese inutili, ci sono invece investimenti necessari e urgenti. Non solo per sostenere le imprese, ma soprattutto per dare senso all’esistenza di Forze armate che non siano solo a supporto dei vigili urbani nelle città. Un taglio sconsiderato a investimenti strategici per la sicurezza nazionale, con una sola azione il governo, avrebbe tre risultati assicurati: mettere in crisi una delle poche industrie italiane che produce ancora innovazione, ricerca ed eccellenza; disarmare e rendere inutilizzabili le Forze armate e infine provocare un’uscita di fatto dall’Alleanza Atlantica, oltre che la rottura del patto che da settant’anni lega il nostro Paese agli Stati Uniti. Gli alleati non riterrebbero più l’Italia un interlocutore affidabile, con conseguenze che andrebbero a impattare sulle relazioni internazionali del nostro Paese. Corriamo il rischio di un clamoroso fuorigioco, senza peraltro ottenere nessun vantaggio (neppure elettorale).

Se la maggioranza dei Paesi al mondo aumenta i propri budget per la difesa (Usa, Francia e Germania, solo per restare fra le democrazie occidentali) qualche ragione deve esserci. Nell’autostrada globale siamo noi che ci proponiamo di guidare contromano. Senza considerare neppure gli impatti sulla nuova disoccupazione che si verrebbe a determinare. Più reddito di cittadinanza per tutti abolendo il lavoro? È un incubo e non possiamo credere abbia fondamento politico. La minaccia però c’è ed è esplicita e merita una presa di posizione chiara anche per la stima e la considerazione verso il governo in carica e le forze politiche che lo compongono.

Una rivista libera e non schierata ha il dovere della chiarezza. Se vince il Paese, vinciamo tutti. Se si fanno scelte sbagliate sull’onda dell’emotività, perdiamo tutti. Noi preferiamo la vittoria dell’Italia, delle sue Forze armate, dei suoi lavoratori, delle sue imprese, della sua politica. A dispetto degli slogan risuonati nelle ultime settimane, vogliamo credere alla capacità di Luigi Di Maio di riconoscere l’interesse nazionale e saperlo perseguire.

Lascia un commento

avatar