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Casa di vetro

Di Elena Cesca e Diego Scarabelli
In Columnist
18/04/2018
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D1 Nato

Rapporto annuale del segretario generale

Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha presentato il suo rapporto annuale sullo stato dell’Alleanza. Dal rapporto, emerge che nei Paesi europei e in Canada, nel 2017, si è verificato un incremento generale pari al 4,87% per quanto attiene la spesa destinata alla difesa, ossia i pagamenti fatti da un governo nazionale volti a soddisfare specificatamente le esigenze delle sue Forze armate, quelle degli alleati o dell’Alleanza. Si registra per il terzo anno consecutivo dal 2014 un trend relativamente positivo di spesa e, rispetto al 2016, si attesta un generale progresso negli investimenti e nella spesa in termini reali per nuove capacità di difesa e attrezzature. Obiettivo non soddisfatto, tuttavia, resta il raggiungimento da parte di ogni Stato del parametro del 2% del Pil da destinare alla difesa, registrato solo da Grecia, Estonia, Polonia, Regno Unito e Stati Uniti. L’Italia destina alla difesa l’1,12% del Pil, ma si conferma nel personale impiegato terzo Paese dell’Alleanza, dopo Stati Uniti e Francia, ed è secondo solo agli Stati Uniti nel contributo numerico alle missioni condotte dalla Nato in Afghanistan e Kosovo.

La risposta euro-atlantica all’affare Skripal

L’avvelenamento della ex spia russa Sergei Skripal in Gran Bretagna è stato uno degli argomenti trattati nell’ambito della presentazione del rapporto annuale della Nato, di numerosi incontri interni all’Alleanza e bilaterali, avendo interessato la maggior parte delle cancellerie europee. L’attacco è stato condannato collettivamente dall’Alleanza atlantica e dall’Unione europea, ed è stato inteso come il primo uso offensivo di un agente nervino sul territorio Nato dalla sua fondazione, nonché ulteriore dimostrazione di un comportamento aggressivo assunto da Mosca dall’annessione illegale della Crimea del 2014. La risposta euro-atlantica è stata espressa attraverso l’espulsione di oltre 140 diplomatici russi in 28 Paesi tra membri dell’Unione europea (Belgio, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Svezia, Ungheria), della Nato (Albania, Canada, Montenegro, Norvegia, Regno Unito, Stati Uniti), e associati (Macedonia, Moldavia, Ucraina, Australia (ogni Paese ha deciso autonomamente il numero di quanti dichiarare “persona non grata”), e la riduzione della missione russa presso la Nato da 20 a 10 persone. Resta inalterato il cosiddetto “dual-track approach” che la Nato adotta nei riguardi della Russia, ovvero una combinazione di difesa e apertura al dialogo, data anche la preparazione del prossimo meeting Nato-Russia.

D2 Sicurezza europea

Primo Consiglio europeo in formato Pesco

Si è tenuta la prima sessione storica del Consiglio europeo nel quadro della cooperazione strutturata permanente (Pesco), al quale hanno preso parte i ministri della Difesa di tutti gli Stati membri, ma solo quelli dei 25 Paesi che hanno aderito alla Pesco sono coinvolti nell’adozione di atti giuridici. Questi ultimi hanno formalmente adottato, attraverso una dichiarazione, la lista dei 17 progetti da sviluppare nell’ambito Pesco, sui quali hanno raggiunto un accordo nel dicembre 2017 e che riguardano diversi settori quali la formazione, lo sviluppo di capacità e la prontezza operativa nel settore della difesa. Attraverso una raccomandazione, il Consiglio ha inoltre adottato una roadmap per la loro attuazione, nonché un calendario per eventuali progetti futuri e per il processo di revisione e valutazione dei piani nazionali di attuazione. In questi ultimi, i 25 sono chiamati a precisare le modalità attraverso cui intendono rispettare gli impegni assunti. Nell’ambito del più ampio e completo Consiglio, i ministri hanno discusso gli aspetti del processo di integrazione, ovvero il Fondo europeo per la difesa, la mobilità militare, l’adozione di un regolamento sul programma europeo di sviluppo del settore industriale della difesa, la cooperazione con l’Alleanza atlantica e le missioni Psdc senza compiti esecutivi, per la pianificazione e condotta delle quali è stata istituita nel marzo 2017 la Capacità militare di pianificazione e condotta (Mpcc) in seno all’attuale Stato maggiore dell’Ue del Servizio europeo per l’azione esterna. In questo contesto, è stato confermato il supporto del Consiglio all’Mpcc e da parte dell’Alto rappresentante è stata presentata la proposta di strumento europeo per la pace esterno al bilancio dell’Ue.

D3 Cyber

Il terremoto di Facebook

Il 21 marzo, il ceo di Facebook Mark Zuckerberg ha dichiarato in un post sul social network: “Sono responsabile di quello che succede sulla nostra piattaforma. Faremo ciò che serve per proteggere la nostra comunità. Impareremo da questa esperienza per garantire ulteriormente il social e rendere la nostra comunità più sicura per tutti”. La dichiarazione è arrivata a pochi giorni di distanza dalle inchieste giornalistiche che hanno smascherato come le informazioni raccolte su 51 milioni di utenti statunitensi del social network creato da Zuckerberg siano state usate per fini politici. L’antefatto risale al periodo tra il 2013 e il 2015, quando Aleksandr Kogan, capo della Global science research, crea un’applicazione interna a Facebook denominata “thisisyourdigitallife”. Adducendo la scusa di impiegarla per raccogliere dati per uno studio accademico, Kogan se ne serve invece per immagazzinare dati sulla personalità di 51 milioni di americani. Fino al 2014 gli applicativi sviluppati da terze parti potevano accumulare dati inerenti agli utenti “amici” dei loro iscritti. Ma dal 2014 Facebook vieta questa pratica. Soltanto se autorizzati dagli utenti, gli applicativi possono acquisire i dati. Le informazioni dei 51 milioni di americani vengono poi cedute, ancora da chiarire se dietro pagamento, a Cambridge Analytica che fa parte della società britannica Strategic communication laboratories. Le regole di Facebook vietavano che dei dati accumulati per fini accademici venissero venduti a terze parti. Il social network sembra che fosse a conoscenza delle azioni di Kogan, ma non sarebbe comunque intervenuto. Nel 2016 Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump, sfrutta i big data e le soluzioni innovative di Cambridge Analytica in modo pervasivo e propagandistico per le elezioni presidenziali. Secondo il whistleblower, Christopher Wylie, Bannon avrebbe anche diretto l’acquisizione dei dati degli utenti di Facebook per poi fornirli a Cambridge Analytica. Negli Usa il procuratore speciale Robert Mueller, incaricato di indagare sulle presunte interferenze russe durante la campagna elettorale presidenziale, ha a sua volta avviato un’indagine sul caso. Anche il generale Michael Flynn, ex consigliere per la sicurezza di Trump già coinvolto nel Russiagate, avrebbe avuto un ruolo in questa vicenda. Il ceo Zuckerberg si è anche detto disponibile a testimoniare di fronte al Congresso. Nel frattempo il titolo della sua azienda è crollato in Borsa. Le accuse rivoltegli sono molteplici: non avrebbe garantito la sicurezza delle informazioni dei propri utenti, non ne ha denunciato la vendita, non si sarebbe assicurato che le informazioni detenute da terze parti fossero state veramente eliminate e, infine, non avrebbe neanche avvisato i propri utenti. Per questi motivi Facebook è anche stato preso di mira da altre aziende leader del settore high tech, quali la Apple, che si sono distanziate dal comportamento scorretto del social network. L’incidente, tutt’altro che risolto, coinvolge probabilmente anche altri Paesi, in primis il Regno Unito, dato che Cambridge Analytica sarebbe stata impiegata anche per spingere il Paese a uscire dall’Ue nel referendum del 2016. Anche alcuni partiti italiani potrebbero avere avuto delle relazioni con l’azienda britannica, ma tutto è ancora da verificare.

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