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Aprile 2018

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
12/04/2018
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La Guerra fredda si sta riscaldando. In un tweet, il presidente Usa ha descritto i rapporti con la Russia come i peggiori di sempre. Lo scontro aperto e diretto, a parole minaccioso, tra Washington e Mosca riporta alla mente i momenti più bui della tensione tra le due po- tenze. Oggi il terreno di scontro è la Siria e il sospetto attacco chimico compiuto dal regime di Bashar al-Assad a Douma a danno di decine di civili. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu nora si è rivelato ine cace nell’adozione di una posizione decisa per via dei veti incrociati dei membri permanenti.
Adesso Mosca attende di conoscere la strategia di Donald Trump in risposta all’attacco di Douma, minacciando a sua volta rappresaglie. Navi militari americane sono già al largo del- la Siria, di fronte alle basi navali e aeree di Mosca.

Una situazione apparentemente esplosiva, ma tanto rischiosa, vista la presenza nel Paese siriano di forze straniere mischiate tra regime, ribelli e jihadisti, da suggerire agli Usa una certa cautela. La presenza delle basi russe di Tartus e Latakia; l’occupazione di Afrin da parte turca; l’ampia regione siriana controllata dai combattenti curdi; l’aiuto al regime di al-Assad proveniente dalle milizie di Teheran; i sospetti raid israeliani e in ne le minacce di attacco degli alleati, mostrano un quadrante a ollato e pericoloso. Troppo intricato per rischiare di rimanerci impantanati. A spaventare gli esperti è piuttosto il rischio di escalation provocato dalla miccia di un incidente collaterale, in quella che potrebbe trasformarsi in una guerra per procura che vede sovrapposti scenari di crisi regionale (Libano, Turchia, Iran, Israele) a scenari di crisi globale (Russia e Usa).
Sul fronte alleato, se dopo Douma, Francia e Gran Bretagna si sono dette pronte a unirsi agli Usa in chiave anti regime, l’Italia presa dalle sue priorità interne e priva per ora (e chissà per quanto ancora) di un governo (e senza conoscere il futuro orientamento di politica estera del prossimo esecutivo), si è limitata a confermare il suo sostegno alle forze alleate. Il premier uscente Paolo Gentiloni ha escluso qualsiasi coinvolgimento diretto del nostro Paese in ter- ritorio siriano, condannando tuttavia l’uso di armi chimiche da parte del regime. La mano solitaria o erta da Macron agli Stati Uniti, fa però emergere ancora una volta la mancanza di strategia e di concerto tra le potenze europee, facendo tornare alla mente il bombardamento di Sarkozy in Nordafrica. Bruxelles sta spingendo l’acceleratore sulla Difesa comune, ma l’assenza di una risposta europea alla crisi siriana penalizza il Vecchio continente e mostra i limiti delle politiche messe in atto finora.

Nell’intreccio di interessi contrapposti, legami trasversali e alleanze a tre messe in piedi nello scenario siriano, il nostro Paese deve essere cauto, ma allo stesso tempo, se l’Europa tace, non deve avere timore di esprimere una posi- zione, sostenendo la Nato, ma senza ripudiare i suoi interessi strategici (ad esempio in Paesi limitro alla Siria, come in Iran), che non sempre coincidono con quelli degli alleati e che in qualche modo devono essere fatti valere. L’Italia ricordi la lezione libica

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