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Difesa europea, se l’asse franco-tedesco traballa

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
04/04/2018
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Il motore franco-tedesco per la difesa europea potrebbe essersi ingolfato, lasciando all’Italia spazi per un ruolo da protagonista, a patto che ritrovi presto stabilità politica. Dalla Pesco all’export militare, le divergenze tra la cancelliera Merkel e il presidente Macron si stanno infatti facendo sempre più evidenti.

SE LA MERKEL PRENDE LE DISTANZE DA MACRON

Dopo i mesi di stallo per il mancato accordo sul governo tedesco, in molti avevano supposto che il quarto esecutivo targato Angela Merkel avrebbe fatto ripartire la macchina europea sotto la spinta del bimotore franco-tedesco. Gli appuntamenti in vista sono importanti: c’è da definire la riforma dell’eurozona, da costruire la difesa comune a partire dalla governance per la Pesco, ed è imminente il rinnovo del Parlamento europeo. Eppure, nonostante la ritrovata stabilità tedesca, il bimotore è sembrato ingolfarsi. Il recente viaggio in Polonia della cancelliera tedesca è apparso in questo senso una doccia fredda per l’idea macroniana di un club ristretto che proceda a passo spedito. “Il futuro dell’Europa è caro al mio cuore – ha detto la Merkel – e con ciò mi riferisco all’Europa di 27 Stati membri, e non all’Europa dell’eurozona o di altri gruppi”.

LE DIVERGENZE SULLA PESCO

Alla base delle parole della cancelliera c’è una profonda differenza di vedute sull’idea stessa di integrazione, per la quale “sono emblematiche le rispettive posizioni riguardo la Cooperazione strutturata permanente (Pesco)”, ci ha spiegato Paola Sartoriresearch fellow del programma Sicurezza, difesa e spazio dell’Istituto affari internazionali (Iai). La Francia avrebbe voluto “una Pesco con numero ristretto di Stati per garantire l’efficienza dell’iniziativa, ma anche un ruolo di primo piano per Parigi”. Al contrario, “la Germania ha spinto per una struttura quanto più inclusiva per evitare fratture all’interno dell’Unione”. Con l’avvenuta approvazione di 17 progetti da parte di ben 25 Paesi, a prevalere è stata la linea tedesca, con una Francia che, per tutta risposta, “sembra stia cercando di giocare le sue carte sui tavoli bilaterali (si veda il trattato del Quirinale siglato a Roma) o comunque ristretti (come l’European Intervention Initiative), proprio in virtù del risultato ottenuto con una Pesco così inclusiva che rischia di non essere né efficace né ambiziosa”. La Germania, ha aggiunto la ricercatrice, “si trova in una posizione diversa e anche volendo ipotizzare relazioni più strette con Francia e Italia come triangolo-motore per le varie iniziative sul tavolo europeo, Berlino dovrà tenere in considerazione i possibili effetti di una simile geometria di collaborazioni sulle sue relazioni con altri Paesi europei, come la Polonia”. Di conseguenza, ha rimarcato Sartori, Berlino “probabilmente cercherà di legare le iniziative bilaterali con le iniziative dell’Ue, ponendosi così in linea anche con il grande impegno mostrato da Italia e Spagna verso la Pesco, ad esempio”.

LA QUESTIONE DELL’EXPORT MILITARE

Un altro punto da risolvere per un efficace asse franco-tedesco è relativo all’export militare, un tema su cui la convergenza è necessaria per poter procedere con i programmi annunciati, compreso il tanto dibattuto nuovo caccia europeo per cui il solo mercato europeo sarebbe troppo piccolo. “Francia e Germania hanno regole e procedure per l’export simili, ma Berlino è più cauta di Parigi e, anche peggio, è diventata più imprevedibile nelle proprie pratiche”, hanno spiegato su Carnegie Europe Claudia Major (senior associate del think tank tedesco SWP) e Christian Mölling(research director del German Council on Foreign Relations). “Persino gli alleati della Nato che la Germania è obbligata a supportare – hanno aggiunto i ricercatori – hanno ricevuto dei no, senza spiegazione adeguata, per alcuni acquisti in Germania. È successo ad esempio alla Lituania quando volle comprare un kit per sostenere la deterrenza della Nato nei Paesi baltici”. Infatti, ha spiegato Paola Sartori, “la posizione tedesca in materia di export è parecchio restrittiva non solo rispetto alla Francia, ma anche ad altri Paesi, rappresentando una sfida anche per partnership industriali con altri partner europei”.

L’ALTERNATIVA DI MACRON

Qualora l’asse franco-tedesco si arenasse, Macron ha comunque pronto un piano B. Nel settembre del 2017, il presidente francese ha lanciato l’idea di un’European intervention initiative (E2I) che dovrebbe permettere agli Stati europei che lo desiderino, di poter agire militarmente indipendentemente dai framework istituzionali dell’Ue e della Nato. L’obiettivo francese, che secondo Sartori “potrebbe creare delle sovrapposizioni nocive per le altre iniziative lanciate all’interno dell’Unione”, è poter guidare uno strumento che garantisca prontezza operativa e che non sia bloccato dai complessi iter di Bruxelles. L’E2I è pensata non a caso con caratteristiche opposte a quelle della Pesco. Si tratta di una struttura flessibile ed esclusiva, aperta a tutti i Paesi europei (anche extra Ue ed extra Nato) ma con l’intenzione di riunirli in un club esclusivo che abbia rapide capacità decisionali.

GLI INTERESSI FRANCESI

Per la Francia, spiegano Major e Molling, l’E2I rappresenta una grande progetto: “lo sviluppo di una cultura strategica europea, forgiata attraverso operazioni e cooperazione comuni al fine di raggiungere l’autonomia operativa e assicurare la sovranità europea”. Tra l’altro, resta difficile non intravedervi la tradizionale insofferenza francese per la trazione statunitense che guida la Nato. In altre parole, Macron punta ancora su una guida a due dell’Ue, ma prepara il terreno per alternative che permettano alla Francia il raggiungimento dei propri obiettivi. Parigi, come ha mostrato il dibattito relativo al programma di sviluppo dell’industria europea della difesa (qui l’approfondimento di Formiche), è sempre pronta a giocare con decisione le sue carte, anche se queste non fanno la felicità di Paesi amici. Il recente sconfinamento di Bardonecchia e lo stallo sulla missione italiana in Niger sono sembrati per l’Italia piuttosto indicativi.

L’EFFETTO BREXIT

In tutto questo non bisogna sottovalutare l’effetto Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione non ha solo dato impulso alla difesa comune, ma ha anche rilanciato un certo dinamismo della politica e della diplomazia a Bruxelles. Gli Stati più piccoli, più cauti sull’integrazione (generalmente quelli nordici) o esterni all’eurozona sono stati privati del loro alleato principale in sede europea, capace di bilanciare l’asse tra Parigi e Berlino. E così, mentre Francia e Germania hanno intravisto la possibilità di aumentare il proprio peso nell’Ue, la formazione di nuove alleanze (come la ribattezzata Lega anseatica 2.0 o i diversi incontri tra gli Stati dell’Europa meridionale) potrebbe limitarne l’efficacia.

LE OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA

Il ritrovato dinamismo europeo apre interessanti possibilità anche per il nostro Paese, non solo per seguire le iniziative franco-tedesche, ma anche per porsi (come in parte avvenuto per la Pesco) a rappresentanza di istanze diverse da quelle portate avanti da Macron e Merkel. E mentre il bimotore franco-tedesco sembra rallentare e il presidente francese rilancia la sua European intervention initiative, “sarà cruciale per l’Italia porsi in modo propositivo”, ha spiegato Paola Sartori. “Spesso ci siamo trovati a reagire alle proposte che ci venivano presentate da Francia e Germania, limitando ovviamente il nostro spazio di manovra. Se le proposte arrivassero da noi per primi – ha concluso la ricercatrice dello Iai – forse sarebbe diverso”.

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