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La prima del Predator-B sui cieli della Sirte

Di Falco Italiano
In In Evidenza
30/09/2014
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Estate 2011: la campagna di Libia, con l’operazione Unified protector procedeva ormai con un ritmo consolidato, martellante. I sistemi d’arma impiegati esprimevano pienamente le proprie capacità, ciascuno nei rispettivi ruoli d’impiego. Fino a quando non arrivò il Predator… Impressioni e considerazioni del pilota del 32° Stormo di Amendola che ha tenuto a battesimo uno Uav per conto della nostra Aeronautica militare

Ero appena rientrato dal corso di qualificazione sul Sistema a pilotaggio remoto Mq-9 “Predator B” tenutosi presso la base Usaf di Holloman (NM), esperienza che ha confermato le capacità “globali” del sistema, capace di svolgere autonomamente praticamente tutti i ruoli aerotattici finalizzati al conseguimento degli obiettivi di qualsiasi campagna aerea. Per quanto avevo avuto modo di appurare e provare in prima persona, mi sembrava bizzarro che un sistema d’arma come il Predator B non venisse interessato dalla campagna di Libia: il Predator infatti, da circa un anno pienamente operativo, nell’ambito della coalizione non aveva eguali né per ruolo, né per capacità.

Si entra in azione

Ma ecco che dopo circa un mese dal mio rientro dagli Usa, a metà di luglio 2011, i tempi per l’intervento dell’assetto sembravano maturi, e arrivò una chiamata che suonava come un’occasione irripetibile, che non si poteva perdere.

Dopo la sua ricostituzione su velivoli a pilotaggio remoto, per il Glorioso 28° Gruppo era giunto dunque il momento del “battesimo” nel contesto di operazioni di potere aereo, in sinergia con gli altri sistemi d’arma con pilota a bordo, seppur il gruppo fosse già stato schierato sia in Iraq sia in Afghanistan, dove continuava ad operare in supporto della missione Isaf. In circostanze inedite in cui l’Aeronautica militare schierava per la prima volta un Sistema aeromobile a pilotaggio remoto nell’ambito di una campagna aerea, mi adoperai immediatamente per integrare l’assetto nell’ambito della coalizione presentandone caratteristiche, prestazioni, capacità e peculiarità.

Il primo elemento a mio parere già molto eloquente circa le caratteristiche dello strumento era che mentre per la maggior parte dei velivoli schierati per la campagna di Libia, il loro impiego era stato preceduto da complesse fasi di pianificazione e di rischieramento, per il Predator B del 28° Gruppo in forza al 32° Stormo di Amendola (FG) nonostante l’area di operazioni libica fosse a notevole distanza per operare efficacemente, non fu necessario movimentare alcun uomo, né componente grazie alle ragguardevoli prestazioni del sistema.

Dunque… pronti! Già il 18 Agosto il Predator (lo “Strega” come lo chiamavamo) decollava pienamente integrato nella campagna per eseguire la prima missione operativa, della durata di 12h 35’, con il compito di proteggere la popolazione libica dagli attacchi dei contingenti armati lealisti pro-Gheddafi, e di vigilare sul flusso di approvvigionamento di beni di prima necessità e sull’embargo di armi.

Lontano dal campo di battaglia

Ricordo quella sensazione di stupore e quasi di emozione che provavo ogni volta che acquisivo il territorio libico grazie ai sensori del velivolo, rilevandone e studiandone ogni dettaglio, seduto a migliaia di chilometri di distanza nella mia postazione di pilotaggio in Italia, in qualità di Pilot in command (Pic, Comandante del velivolo) e di comandante del Gruppo aeromobili a pilotaggio remoto della task force air Birgi. Mi sentivo immerso nello scenario operativo come mai prima, quando solcavo i cieli seduto a bordo del mio velivolo caccia, mi sentivo calato d’improvviso in una realtà di guerra e di disperazione, dove il cielo era lacerato da fumanti traiettorie tracciate dagli armamenti più disparati, scenario in cui con le mie azioni, le mie decisioni e le mie comunicazioni avevo il dovere di “fare la differenza” per il successo delle operazioni e, soprattutto, per la sopravvivenza della popolazione civile.

Sentivo la cabina di pilotaggio come una evoluzione dell’abitacolo di pilotaggio dei velivoli con pilota a bordo almeno tanto quanto io mi sentivo una evoluzione del pilota “classico”, seduto a bordo del velivolo: continuamente aggiornato grazie a video, reti, computer, linee telefoniche e comunicazioni radio, tempestato di input durante tutte le delicate fasi del pilotaggio, da un lato collegato costantemente con Comandanti e decisori, dai quali attingevo le informazioni intelligence più dettagliate ed aggiornate circa il battlespace, e dall’altro affacciato sulla cruda, triste, arida e polverosa realtà libica grazie ai potenti sensori del velivolo, percepivo l’illusione che non vi fosse essere o estensione dell’essere che potesse percepire in modo più accurato e lucido quanto stesse accadendo, e non vi fosse nessun animo le cui corde fossero così toccate, seppur mantenute salde da  nervi ben provati dalle circostanze e dalle operazioni più disparate.

Gli impieghi del sistema   

Nell’ambito di Unified Protector il Sistema Mq-9 è stato impiegato in ruoli di Intelligence, Surveillance, Reconnaissance, Target Acquisition e pattugliamento delle coste libiche per vigilare sull’embargo contro il traffico d’armi, coprendo la maggior parte dello sterminato territorio libico. Nell’ambito dell’Operazione sono presto divenute palesi la flessibilità, la rapidità di intervento e la capacità di acquisire rapidamente e di rielaborare dati ed informazioni per supportare prontamente le esigenze di airborne retasking, vale a dire la capacità di ricevere in volo ed eseguire prontamente nuovi ordini, di fatto entrando live in una nuova fase airborne di planning ed execution.

Il “Predator B” del 28° Gruppo si è rivelato estremamente pronto e veloce nell’intervento, caratteristiche sommate alla grande persistenza, e questo non solo per le prestazioni espresse dal velivolo, ma soprattutto per il livello di capacità che la sua squadra esprimeva, composta dall’equipaggio, Pilota e Sensor Opertor, dal Mission Monitor e dal team di Analisti, allora inquadrati tra le Streghe del 28°.

Una awareness senza pari

Ricordo la grande e sempre rinnovata soddisfazione della cellula intelligence del Comando Operativo di Unified Protector alla ricezione dei prodotti di analisi e di fotointerpretazione Predator, elaborati near real time (NRT) o post missione, dai quali emergeva una precisione, una dovizia di particolari ed una capacità interpretativa unici nell’ambito della Coalizione.

Sistema generoso ed avanguardistico acquisito e schierato grazie alla lungimiranza dell’Aeronautica Militare, esso ha rappresentato un nuovo modo di concepire le Operazioni: la complessità di un Sistema come il Predator, in cui il velivolo ed i suoi sensori rappresentano solo il vertice di una articolata piramide, richiede un supporto sinergico e diffuso da parte della Forza Armata e del Paese, e per questo esso non rappresenta solo una capacità dell’Unità, ma il livello capacitivo raggiunto dal Sistema Paese. Reti classificate, satelliti e comunicazioni, computers, applicativi, cellule di intervento rapido per la risoluzione di problematiche tecniche, equipaggi capaci ed esperti, pienamente formati sotto il profilo umano, militare e professionale: questa è la capacità italiana dei Sistemi a Pilotaggio Remoto, capacità che resta tuttora unica a livello mondiale, in un momento storico in cui in molti settori è crisi economica, crisi di idee e, soprattutto, di valori.

La prova della necessità e dell’inderogabilità del un supporto sinergico alle operazioni Predator non tardò ad arrivare: in una notte di metà Agosto, al rientro notturno da una missione di lunga durata sui cieli della Libia si soffrì un blackout tecnico delle immagini meteo satellitari fornite dal Servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare, proprio quando dal Mar Tirreno allo Ionio e fino all’Adriatico una barriera di temporali di estrema intensità rendeva pressochè impraticabile il rientro del Predator. A quel punto per consentire il rientro alla Base era necessario affrontare condizioni meteorologiche eccezionali senza il prezioso ausilio di immagini meteo satellitari all’infrarosso che potessero fungere da occhio dall’alto, indirizzando verso un possibile percorso sicuro, ammesso che ve ne fosse uno. Il rientro fu possibile solo dopo ore di coraggiosi e tenaci tentativi di ricercare una breccia nella cintura di fortunali: fu come affrontare un labirinto bendati. Il Predator, dunque, non è solo un velivolo, ma piuttosto un sistema di sistemi, un organismo complesso e costo-efficace il cui funzionamento ottimale necessita del meglio delle capacità nazionali, tutte insieme, tutte concorrenti.

I vantaggi del sistema

Il territorio libico riservava quotidianamente nuovi scenari operativi: ricordo ancora, per esempio, il sorvolo di siti missilistici contraerei fissi e mobili non operativi, per esigenze di ricognizione e di scoperta, circostanze operative per le quali il Sistema “Predator B” si prestava particolarmente, non avendo personale a bordo. Esso, infatti, non solo esprime una limitata o nulla rilevabilitità, ma soprattutto evita l’esposizione degli equipaggi a pericoli o minacce del Teatro operativo.

Occhio vigile ed attento, il “Predator B” acquisiva prontamente movimenti sospetti, localizzando posti di comando dei lealisti, sempre più cammuffati, e truppe che ormai avevano dismesso le uniformi per mischiarsi più facilmente tra la folla, per poi attivarsi improvvisamente nel disperato tentativo di riconquistare i territori e le città strappate dai ribelli: in questi frangenti il nostro assetto acquisiva prontamente “tecniche”, i famosi fuoristrada pick-up provvisti di pezzi d’artiglieria contraerea sul cassone, o mezzi lanciarazzi intenti a dirigere il fuoco sulla popolazione, ed interveniva consentendone la pronta neutralizzazione da parte dei velivoli della Coalizione, nel disperato tentativo di fermare il massacro della popolazione civile libica.

Un bilancio più che positivo

Il Sistema MQ-9 si è rivelato efficace in ogn condizione: impeccabile e preciso mezzo di acquisizione di obiettivi, impercettibile segugio nella ricerca e nell’inseguimento di obiettivi e convogli, paziente guardiano e ricognitore, irrinunciabile, attenta ed autorevole piattaforma di verifica per l’esclusione di danni collaterali nelle fasi immediatamente precedenti ad attacchi condotti da velivoli della Coalizione. Proprio relativamente a quest’ultimo ambito, ricordo le fasi precedenti ad un attacco contro un centro di comando e controllo lealista, quando a pochi minuti dall’attacco acquisii all’interno del raggio letale dell’armamento una famiglia, ed in particolare distinsi dei bambini intenti a giocare rincorrendosi: in un interminabile istante, spinto anche dal mio cuore di padre lontano dal proprio figlio, oltre che dal dovere, comunicai al Comando Operativo la necessità di abortire l’attacco.

Il 25 ottobre, al termine di una missione della durata di 11h 11’, il “Predator B” dell’Aeronautica Militare effettuava l’ultima missione nell’ambito di Unified Protector dopo essere stato impiegato pochi giorni prima nell’area in cui si stava consumando la sanguinosa battaglia che portò alla cattura del dittatore Gheddafi.

La Guerra di Libia segnò sicuramente il tramonto di una dittatura, ma anche l’alba di una nuova era in cui i Sistemi a Pilotaggio Remoto dell’Aeronautica Militare si sono imposti anche in Europa come una nuova generazione di Sistemi d’Arma e di Uomini pronti, efficaci e valorosi di fronte alle sfide future, per la difesa del Paese e della Pace.

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