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Il barone rosso

Di Alessandro Politi
In Columnist
22/09/2014
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NATO-PESC, LA CONVERGENZA DELL’INDIGENZA

Sono 113 i paragrafi della Dichiarazione finale del vertice di Newport. Potrebbe essere il simbolo di un 113 da chiamare in casi d’emergenza, ma un occhio professionale ci legge più prosaicamente la fusione di cinque documenti distinti, dove l’editing politico ha preferito non approfondire troppo su temi di difficile consenso. Paradossalmente questa conclusione di summit comincia a somigliare sempre di più a quelle dell’Unione europea: benvenuti nel club della complessità. I diplomatici di lungo corso, non certo per inveterato ottimismo professionale, osservano che le conclusioni sono migliori di quelle delle riunioni di Lisbona e di Chicago perché almeno c’è il problema concreto della crisi ucraina e soprattutto dell’annessione della Crimea. Tuttavia, nonostante le ovvie differenze tra Nato e Unione europea, vi sono alcune cose importanti che accomunano queste istituzioni. La prima è la grande crisi finanziaria globale. Questa crisi, per quanto i proclami siano di buona volontà, rende poco viabile l’appello di allineare la spesa militare al 2% del Pil con un 20% dedicato agli equipaggiamenti. Qui non si tratta di scegliere tra burro e cannoni, qui non ci sono denari né per l’uno né per gli altri, a meno di non sforare il debito come fanno i nostri alleati americani, il che significa lanciare una serie di Qe allineando de facto l’euro allo standard del fiat money. La deflazione invece taglia linearmente tutto. Peraltro, come ricorda il mio collega Lindley-French, l’impegno di raggiungere il 2% in dieci anni era già stato preso nel 2010 con i risultati parziali che sono sotto gli occhi di tutti. Sono fatti crudamente confermati dalla guerra di Libia (2011, cento anni dalla precedente made by Italy) in cui persino i grandi spenditori militari come Francia e Regno Unito hanno prodotto prestazioni molto al di sotto del necessario, del pianificato e della retorica decennale sul proprio ruolo speciale nelle politiche europee e Nato. La seconda è la diversità delle culture politiche. L’Europa lo ha già sperimentato ampiamente con i suoi allargamenti. Le divergenze di Newport sono figlie dell’avventata lettera di Rumsfeld su “old and new Europe” e anche dell’infelice espressione di Mrs. Nuland perché, chi spera in un mondo interconnesso che sia un’isola felice mentre crea divisioni altrove, non ha capito nulla della nuova geopolitica. La geopolitica oggi non è il vecchio giuoco a somma zero che ha suicidato l’Europa in due mosse, ma è un ecosistema ancora più interdipendente e meno lineare del dilemma del prigioniero che ci ha guidati nella deterrenza della Guerra fredda. Caveant consulens, ne quid detrimenti rei publicae terrarum orbis. Terzo, l’obiettiva persistenza delle partnership. La Russia può essere una controparte molto problematica, ma il testo del comunicato finale è anche in russo e i paragrafi destinati alla crisi europea del momento rispecchiano fedelmente gli interessi delle varie cancellerie. L’arrivo di Federica Mogherini alla carica di Alto rappresentante è un costruttivo contributo italiano di flessibilità e prudenza in un dibattito spesso condizionato da nazionalismi paranoidi e autoritari che speravamo superati con il crollo del Muro.

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