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settembre 2014

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
22/09/2014
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È finita da poche settimane una delle estati più convulse della recente storia dell’occidente. Il fumo dei serbatoi libici in fiamme ha oscurato l’orizzonte sereno dei vacanzieri del Mediterraneo, mentre nel Levante Israele e Hamas, come due pugili stanchi, si sono dati appuntamento nell’afoso ring di Gaza. A Mosul sul Tigri (ma a poche centinaia di chilometri dal Mar Nero dove si affaccia il fronte orientale della Ue) la seconda città irachena ha vissuto i primi (e speriamo ultimi) mesi di occupazione da parte delle bande islamiste dell’Is. Gli Stati Uniti hanno cominciato a intervenire dall’aria per fermare la marea nero-verde di sgozzatori che rischia di dilagare a pochi chilometri dalla frontiera con la Turchia, perno regionale della Nato. Tutti questi eventi non ci sono esplosi in faccia improvvisamente, e il riferimento al periodo estivo non è una sterile annotazione temporale: è un preciso richiamo all’incapacità occidentale di mantenere un’attenzione continuativa e di cogliere segnali deboli (che tanto deboli, specie in Iraq, non erano). Con una differenza significativa, però. La Nato, con il vertice del Galles del 4-5 settembre, ha cominciato a tessere la tela dell’alleanza per proteggere il fianco sud-est (il quadrante Iraq-Siria). L’Europa, catalizzata dal peso del fronte orientale (e degli interessi tedeschi nella regione), si è mossa pigramente, con l’eccezione appunto della questione ucraina dove ha mostrato una certa unitarietà (anche qui, però, grazie soprattutto alla sferza atlantica). In questo contesto, sarebbe un bene se la provocazione di Renzi al vertice del Galles (“ho chiesto che il differenziale tra quello che si spende oggi per la Difesa fino al 2% venga tolto dal Patto di stabilità europeo”) non restasse solo una battuta. Il semestre italiano di presidenza dell’Unione ha superato il giro di boa, e sarebbe opportuno sfruttare il tempo rimanente affinché questa provocazione non resti più tale. Perché gli investimenti ci siano e abbiano senso, è necessario quel quadro di riferimento, quel pugno di criteri guida che il Libro bianco, in lavorazione e atteso dalla comunità strategica, dovrà fornire al sistema-Paese. Le ricorrenze, poi, quest’anno ci portano a 50 anni fa, quando l’Italia fu la prima nazione europea, dopo Russia e Usa, a lanciare un satellite, il San Marco 1, dalla base Usa di Wallops Island. Oggi anche la partita spaziale implica una strategia e massicci investimenti. Come dimostra la decisione della Nasa di coinvolgere Boeing e SpaceX nei programmi di quello che sarà il nuovo spacecraft (una sorta di taxi spaziale per il trasporto degli astronauti) e che gli consentirà di raggiungere la Iss senza chiedere l’assistenza russa, come è ormai dal 2011, anno di rottamazione del vecchio Shuttle. Una scelta destinata a segnare una nuova fase e che in tempi di budget nazionali risicati ci dice che la corsa allo spazio avrà sempre più bisogno dei privati.

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