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Cybernetics

Di Michele Pierri
In Columnist
09/02/2018
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Chi preme (e perché) per regolare i colossi del web

Servono “nuove leggi che regolino Internet e tutelino i consumatori” dell’era digitale. La proposta, a dire il vero, non è isolata e nemmeno troppo innovativa. Eppure, le parole con le quali il presidente e ad del colosso americano delle telecomunicazioni AT&T, Randall Stephenson, si è rivolto al Congresso Usa per chiedere un deciso intervento su questo tema stanno destando grande eco Oltreoceano.

La ragione di tanto clamore, ha ricordato Tony Romm sulle pagine di Recode, è che la lettera aperta inviata dal managerai maggiori media statunitensi avrebbe poco o nulla a che vedere con gli utenti, ma rappresenterebbe piuttosto l’inizio di una nuova battaglia nella guerra che, ormai da tempo, viene combattuta senza esclusione di colpi tra le Telco e i colossi del tech della Silicon Valley. La mossa di Stephenson è decisamente tattica e tempestiva, e tenta di sfruttare appieno i benefici di una congiuntura ritenuta favorevole. Dopo una lunga fase di strapotere assoluto, infatti, per Facebook, Google e company le cose sembrano mettersi nel verso sbagliato.

Se nel Vecchio continente il clima idilliaco che circondava le relazioni con i player dell’infosfera è venuto meno da tempo – politici come la premier britannica Theresa May o la presidente della Camera dei deputati italiana Laura Boldrini, per fare qualche nome, non hanno risparmiato fendenti al mondo tecnologico, accusandolo di non essere troppo collaborativo nella rimozione di contenuti considerati pericolosi, ad esempio quelli che incitano all’odio o al terrorismo, senza contare le maxi-sanzioni imposte dall’Ue ad alcuni dei colossi di Internet – qualcosa sta cambiando anche in patria. Il trend è emerso in tutta la sua chiarezza al recente vertice di Davos, dove il magnate George Soros ha riservato una critica senza precedenti ai giganti della Rete, rei di accentrare sempre più potere in poche mani. Lo stesso concetto era stato ribadito pochi giorni prima da un altro megaricco, il re dei media Rupert Murdoch. E non è raro, ormai, ascoltare pundit e giornalisti che spiegano perché – per il bene della concorrenza e sulla base di rodati principi antitrust – presto o tardi i giganti di Internet andranno “smembrati” come si fece a suo tempo con l’egemone impero petrolifero di Rockefeller.

Le difficoltà per i colossi del web, però, sono iniziate per davvero solo qualche tempo fa, a metà dicembre, quando la Federal communication commission americana (Fcc), l’authority americana per le telecomunicazioni, ha votato per modificare le regole volute dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama sulla cosiddetta neutralità della rete (net neutrality). In soldoni, le vecchie norme assicuravano che non si potesse creare una corsia preferenziale della rete per chi era disposto a sostenere una spesa extra, rispetto agli abbonati classici che usufruivano invece di servizi basilari. Tali norme, smontate dall’amministrazione Trump, avevano fino a quel momento governato il web garantendo accesso Internet senza discriminazioni a tutti i fornitori di servizi e contenuti e agli over the top (i soliti Google, Facebook o Amazon, che non a caso hanno protestato con forza contro questi cambiamenti). Un principio contro il quale si sono schierate fin da subito le compagnie di telecomunicazioni per le quali la legge avrebbe rallentato l’innovazione e lo sviluppo di servizi, capacità di servizi a banda larga, penalizzando di fatto gli operatori proprietari delle infrastrutture di rete sulle quali viaggiano i contenuti, ma anche l’esperienza degli utenti.

Le Telco, però, non si sono accontentate di questa vittoria e ora – grazie alla sponda politica che negli Usa mira anche al rientro di molti dei capitali parcheggiati fuori dai confini americani dai colossi della Rete, e grazie allo sfruttamento delle anomalie di alcuni regimi fiscali – puntano a qualcosa di più: dividere in parti uguali, o quasi, l’intera torta che ora viene “pappata” in larga parte dai servizi che ormai quotidianamente usiamo e che, a volte, ci illudiamo di non pagare anche se non richiedono un esborso immediato.

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