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Le anticipazioni sulla National defense strategy di Trump e il nodo del budget

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
19/01/2018
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Mentre Donald Trump festeggia un anno di presidenza e su Capitol Hill aleggia l’ombra dello shutdown, il numero uno del Pentagono, James Mattis, si appresta a rilasciare oggi la Strategia di difesa nazionale. Potenziamento della deterrenza, rilancio dei rapporti con gli alleati tradizionali e sviluppo di nuove capacità saranno, secondo gli esperti, i punti centrali della nuova politica di difesa Usa.

La data del rilascio del documento, che segue la National security strategy (Nss) presentata dal presidente prima di Natale, era stata annunciata dal segretario alla Difesa a inizio gennaio, nonostante le perplessità per la mancanza del via libero definitivo al budget da 700 miliardi di dollari firmato da Trump. Ad ogni modo, come aveva spiegato Mattis, solo una piccola parte della Strategia sarà stata pubblicata; “il grosso” resta classificato.

I PUNTI CENTRALI

La National defense strategy (Nds, anche conosciuta come Quadriennal defense review, Qdr) prevede ogni quattro anni la complessiva sistematizzazione di minacce, priorità, strumenti e strategie da adottare nel contesto internazionale. Secondo il sito specializzato DefenseNews, saranno tre le priorità che emergeranno nella Strategia: rafforzamento dei rapporti con alleati e partner, aumento della letalità del potere militare americano, e riforma delle pratiche di businessdel Pentagono. Sparisce così definitivamente l’ombra di un allontanamento degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica. Già gli apprezzamenti per la Nato nel National security strategy (Nss) avevano fatto dimenticare le iniziali denunce di Trump nei confronti di un organizzazione che definiva “obsoleta”. Certo, resterà con ogni probabilità la richiesta agli alleati di una maggiore assunzione di responsabilità, più che legittima considerando lo sbilanciamento dell’Alleanza verso gli Usa. Al tempo stesso, sarà ribadita la necessità di ammodernamento della forza militare, puntando su investimenti mirati in tecnologie. L’obiettivo è adattare il potere Usa alle minacce odierne, aumentando il potenziale di deterrenza rivolto soprattutto a quelli che saranno nuovamente riconosciuti (anticipa Business Insider) come principali competitor: Cina e Russia. Infine, grande attenzione sarà rivolta alle pratiche di business del Pentagono. Nelle scorse settimane erano arrivate indiscrezioni sul piano di Trump teso a favorire l’export del made in Usa militare, dando ai diplomatici e agli attaché militari la possibilità di negoziare per le aziende americane. La finalità, in entrambi i casi, è supportare il comparto nazionale garantendo linfa vitale per programmi che concorrono alla difesa nazionale, magari agevolando anche le pratiche di procurement del Pentagono.

IL NODO DELLE RISORSE

I dubbi maggiori degli esperti non riguardano tanto la Strategia (che si prevede si collochi nel binario della continuità rispetto alla passata politica di difesa Usa), quanto il fatto che sia stata elaborata dal Pentagono in un momento di forte incertezza per quanto riguarda i finanziamenti alla difesa. Il budget da 700 miliardi di dollari firmato da Trump deve, infatti, ancora aspettare il Congresso, chiamato ad annullare la legge del 2011 che stabilisce limiti severi al bilancio federale, compreso quello del dipartimento della Difesa (per cui è prevista una soglia massima di 549 miliardi di dollari). “Una strategia preparata senza riguardo per i limiti di spesa è una strategia che rischia di non poter essere eseguita”, ha spiegato Todd Harrison, esperto di budget per il Csis, durante un recente evento organizzato dall’autorevole think tank. “Se è solo un mucchio di parole su una pagina senza numeri, senza che dica ‘questo costa così e questo è quello che potremmo fare’, o ‘questo è il modo in cui lo pagheremo’, resterà piuttosto carente”, ha aggiunto.

E mentre Mattis presenterà la sua Strategia, a Capitol Hill si preannunciano ore calde. Dopo il via libera della Camera di ieri sera, oggi è il Senato è chiamato a esprimersi sul bilancio federale (essenziale per poter poi parlare di aumento del budget difesa). Il rischio è lo shutdown, il blocco delle attività federali qualora l’accordo non si trovasse. Chiaramente, un’intesa su un bilancio provvisorio short-term (in cui i democratici sperano di inserire la questione Dreamers) agevolerebbe il dibattito relativo al budget difesa. “Se per qualsiasi ragione si dovesse verificare lo shutdown, la cosa peggiore accadrebbe alle nostre Forze armate”, ha twittato Trump.

“Siamo ottimisti: il Congresso darà il via libera a un budget robusto, prevedibile e pienamente finanziato”, ha scritto sul medesimo social Dana W. White, assistente per gli Affari pubblici del segretario alla Difesa. “Le Forze armate – ha aggiunto – continueranno a difendere il popolo americano, ma non saremo in grado di pagarle finché i limiti non saranno rimossi”. Altrettanto ottimista si è detto Paul Ryanspeaker del Congresso: “Un adeguato accordo sul budgetsignificherebbe l’eliminazione di limiti di spesa per la difesa sproporzionati che tengono in ostaggio la nostra sicurezza nazionale”. Per ora, “i conflitti politici sul budget hanno portato le Forze armate a un punto di rottura”, ha rimarcato Ryan.

TRA SPAZIO E CYBER

Ad ogni modo, secondo Andrew Philip Hunter, direttore del Denfense Industrial Initiatives Group del Csis, la vera novità della Strategy sta nella rilevanza che verrà data allo spazio extra-atmosferico e al cyber-space, ormai domini di guerra a tutti gli effetti. Se le infrastrutture spaziali, ormai indispensabili per la sicurezza nazionale, restano più vulnerabili di altri asset richiedendo un’attenzione maggiore in termini di investimenti e capacità, lo stesso si può dire della dimensione cibernetica, che pervade ogni dominio tradizionale con minacce in continua evoluzione che richiedono aggiornamenti e revisioni costanti. Oltre ad accrescere gli sforzi per gli strumenti di deterrenza in questi domini però, ha spiegato Harrison, la Strategia prevederà probabilmente anche un impegno maggiore a livello internazionale per regolare ipotesi di confronto e la proliferazione di tecnologie offensive. Anche in questo senso, l’approccio americano si conferma in tradizionale oscillazione tra potenziamento della deterrenza e consenso internazionale sui limiti alle esportazioni.

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