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In punta di anfibi

Di Isabella Rauti
In Columnist
11/01/2018
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Lo stupro come arma di guerra

Lo stupro è un’arma di guerra. Lo è stata storicamente e continua a esserlo nei conflitti post-moderni. Le donne come bottino, dal Ratto delle Sabine alle “marocchinate” della Ciociaria, dagli stupri in Sudan, in Sierra Leone, in Ruanda, in Liberia, in Congo e in Bosnia Erzegovina; dalle studentesse nigeriane rapite da Boko Haram alle vittime dell’Isis. E altro ancora. Oggi come sempre, da secoli. Un mondo che attraversa il mondo, una storia infinita che attraversa il tempo. Il lato nascosto della guerra e uno dei più grandi silenzi della storia. Un buco nero! La differenza oggi è che il nodo “donne e conflitti armati” non è “un affare di donne”, ma una questione definitivamente inserita nelle politiche di sicurezza umana, con un forte impatto anche sul diritto internazionale, sull’emancipazione femminile e sulle missioni di pace. La risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite 1325\2000 su “Donne, pace e sicurezza”, considerata la “madre” delle risoluzioni successive e correlate, è la prima di questo organismo ad affrontare esplicitamente l’impatto della guerra sulle donne, ma anche il ruolo femminile nella risoluzione dei conflitti: donne non solo vittime ma costruttrici di pace.

Il punto di forza della Unrsc 1325 – importante documento politico e strumento giuridico – è il suo carattere innovativo e il dinamismo dovuti alla combinazione delle diverse tematiche e prospettive trattate, che si sviluppano lungo tre direttrici principali, le cosiddette 3P: to promote (promuovere una cultura che non discrimini le donne); to prevent (adottare ogni misura idonea a prevenire la violenza maschile sulle donne); to protect (proteggere le donne vittime di violenza). Ad esse si aggiungono altre due P: to punish (perseguire i crimini commessi nei confronti delle donne) e to procure compensation (risarcire le vittime di violenza). La Risoluzione 1820\2008 segna un passo ulteriore, collegando la violenza sessuale a una tattica di guerra, riconoscendo l’impatto che ha la violenza sessuale nei conflitti e definendo gli stupri e altre forme di abusi sessuali un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. E ancora, prevedendo il riconoscimento degli stupri di guerra come strumento di pulizia etnica e disegno di genocidio, con scopo strategico e politico, arma e tattica sistematica per destabilizzare, terrorizzare, umiliare, costringere all’abbandono del territorio, ridurre all’obbedienza e alla sottomissione.

Ciò riguarda le donne e le bambine, ma anche gli uomini e i bambini, ridotti in schiavitù (sessuale e lavorativa), costretti alla prostituzione. Per secoli, lo stupro e le violenze sessuali sono stati considerati un sottoprodotto delle guerre, un danno collaterale subito dalle donne, l’effetto inevitabile dei conflitti. Un rito antico che si rinnova nelle nuove forme di conflitti (asimmetrici, tra attori non statuali, multidimensionali, guerriglie interstatuali) in cui aumentano le violazioni dei diritti umani e le violenze sulla popolazione civile. E, come scrive Karima Guenivet, in Stupri di guerra. Le violenze sessuali come nuova arma: “Le violenze sessuali sono sempre meno una conseguenza della guerra e sempre più un’arma utilizzata a fini di terrore politico, di sradicamento di un gruppo, di un disegno di genocidio e di una volontà di epurazione etnica”. Ed è vero!

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