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Gennaio 2018

Di Flavia Giacobbe
In Editoriali
11/01/2018
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Sul Libro bianco della difesa c’era scritto: il fulcro dell’interesse strategico italiano, in vista di missioni internazionali, è il Mediterraneo. La richiesta francese, accolta favorevolmente dal governo italiano, di inviare un contingente in Niger (dove di recente il ministro degli Esteri Alfano ha anche inaugurato una sede della nostra ambasciata) va in questa direzione, come la presenza militare italiana in Libia e in Tunisia (quest’ultima sotto l’egida della Nato). La missione in Sahel punta a dare un argine al traffico dei migranti, anche se non sono note le regole di ingaggio. Ma, al contrario del passato, i nostri militari andranno a operare in una regione che per l’Italia e l’Europa ha un’importanza strategica. Il contingente di oltre 400 unità sarà raccolto riducendo la nostra presenza militare in altri teatri critici, come Iraq e Afghanistan (circa 900 soldati). Una questione, quella del richiamo di parte dei contingenti, che preoccupa chi ritiene le due realtà siano ancora tutt’altro che stabilizzate. L’Afghanistan, infatti, dopo la sconfitta dell’Isis in Siria e Iraq, è diventato terreno fertile per gli attentati di cellule del Califfato; e in Iraq dobbiamo ancora svolgere parte importante del nostro lavoro di addestramento delle forze di polizia locali.

Ma il Sahel rappresenta l’Africa da stabilizzare per rendere più sicuro il Vecchio continente e lo stesso Mediterraneo esercita un rinnovato interesse per l’Alleanza Atlantica, che monitorerà la situazione dal suo nuovo Hub per il sud, a Napoli. Una Nato che ha ripreso la sua centralità dopo la pubblicazione della Strategia nazionale di Washington (messa in dubbio all’inizio del mandato dal presidente Trump) e che punta, contro reminiscenze da Guerra fredda, ad aprire uno spiraglio di dialogo con Mosca. Putin ha compreso prima di altri la centralità del Mediterraneo e ha cercato negli ultimi anni di consolidare il suo ruolo nell’area, forte dei successi ottenuti in Siria. Il dialogo auspicato di recente dal segretario Stoltenberg punta a frenare una corsa agli armamenti, considerando che Mosca è in fondo un nostro vicino.

Da questo punto di vista, seppur in pieno fermento pre-elettorale, l’Italia costituisce un buon interlocutore con il Cremlino e gli impegni internazionali che da qui a fine marzo attendono il premier Gentiloni, a partire dalla presidenza dell’Osce, puntano a infondere negli interlocutori stranieri una certa percezione di stabilità del nostro Paese.

A proposito di elezioni, la recente assoluzione definitiva dell’ex amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica, Giuseppe Orsi, ha confermato la necessità di un dibattito serio sul corto circuito fra giustizia ed impresa. Il danno impresso al colosso italiano di piazza Monte Grappa è stato enorme (l’azienda ha pure dovuto cambiare nome). A proposito di interesse nazionale…
editoriale

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