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L’Italia in Niger e gli accordi di Plombières

Di Giuseppe Pennisi
In In Evidenza
28/12/2017
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A Camere sul punto di essere chiuse è in atto una polemica sul probabile invio di truppe italiane del Niger, uno dei Paesi su cui ho lavorato nei 18 anni passati in Banca Mondiale. Smentita dal Governo nel maggio scorso, quando si era diffusa la voce di un’operazione militare dell’ Unione europea (Ue) nel Sahel, la missione militare in Niger prenderà il via dopo il ritorno da Niamey, capitale del Paese, del team di ricognizione guidato dal generale Antonio Maggi e dopo il via libera del Parlamento.

L’intervento italiano sarà inquadrato nella più ampia operazione euro-africana varata al vertice di Celle Saint Claud dal presidente francese Emmanuel Macron ma che non ha ancora raggiunto i 423 milioni di euro di finanziamenti necessari. La Ue ne stanzierà 50 come gli Usa e i 5 Paesi africani coinvolti (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad), 8 la Francia, 100 i sauditi e 30 gli Emirati Arabi Uniti che sostengono il contrasto ai jihadisti del Sahel appoggiati dal rivale Qatar. Grazie ai contingenti tedeschi, italiani, spagnoli e belgi, Parigi potrà alleggerire gli organici dell’operazione Barkhane che da quattro anni combatte gli jihadisti nel Sahel. Macron potrà quindi ridurre l’impegno nazionale (4mila uomini con oltre 500 veicoli e più di 30 velivoli) pur mantenendo il comando delle operazioni nelle ex colonie francesi.

Quali sono gli interessi dell’Italia nel Niger? Il Paese, senza sbocchi al mare confina a nord con l’Algeria e la Libia (è, quindi, sulla strada dei flussi migratori del Nord della Nigeria dove la maggioranza musulmana sta trucidando i cristiani), a est con il Ciad, a sud con la Nigeria ed il Benin ed ad ovest con il Burkina Faso ed il Mali. Deve il suo nome al fiume che l’attraversa; i suoi abitanti sono chiamati ‘nigerini’ per non confonderli con i ‘nigeriani’. È uno degli ultimi Paesi del mondo per Pil pro capite.

L’economia del Niger, una delle più povere fra quelle dei Paesi africani, è basata sulla pastorizia e sull’agricoltura. Il nord del Niger, costituito dall’altopiano di Djado e da parte del deserto del Tenéré, è abitato da comunità nomadi che praticano la pastorizia. A sud e ad ovest, dove ci sono maggiori precipitazioni, la popolazione è sedentaria e dedita alla coltivazione di cereali. Poche sono le foreste, che si trovano esclusivamente nel sud del paese. A queste attività tradizionali si sta affiancando lentamente l’industria mineraria e in particolare l’estrazione e l’esportazione dell’uranio. Altre risorse minerarie del Paese, sono il carbone, il ferro, il carbone, il ferro, i fosfati, l’oro ed il petrolio. Il Niger è il quinto paese al mondo per l’estrazione dell’uranio (circa 3243 tonnellate l’anno), ad opera della multinazionale francese Areva. Anche gli altri minerali sono, in un modo o nell’altro, sotto l’influenza di imprese francesi, sovente a partecipazione statale. Alla fine degli Anni Ottanta, l’Italia fece alcuni tentativi di avere un ruolo nella costruzione di infrastrutture (specialmente di trasporto) nel Niger. Senza, però, esiti di rilievo.

La nostra partecipazione all’operazione in Niger può essere vista come quella nella Guerra di Crimea, all’epoca del Risorgimento: entrare nel novero delle ‘grandi potenze’ e potere, quindi, sedere ai tavoli internazionali (ossia Ue) che contano ed avere voce in capitolo. È un obiettivo strategico nobile ma come secondo Stato industriale dell’Ue a quei tavoli ci siamo già; se la nostra voce non è ascoltata è perché non parliamo abbastanza forte. Non credo che ci si possa attendere che la Francia di Macron ci supporti in sede europea o altrove.

E allora? Occorre fare come Camillo Benso Conte di Cavour fece con Napoleone III. Concludere con la Francia qualcosa di analogo agli accordi di Plombières. Non devono essere segreti, come quelli che precedettero la Seconda Guerra d’Indipendenza ed una parte può avere attuazione subito: rimuovere i blocchi a Ventimiglia nei confronti degli immigrati che vogliono raggiungere la Francia per ricongiunsi con i loro congiunti o perché, se sono francofoni, hanno migliori opportunità di inserimento.

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