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Difesa europea, l’ipotesi di un’Accademia militare comune

Di Gregory Alegi
In In Evidenza
24/12/2017
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Le identità e le amicizie più profonde si formano sui banchi di scuola. Un contributo alla costruzione di una mentalità comune della difesa europea potrebbe quindi darlo una formazione comune del personale, a partire dagli ufficiali. Ma cosa comporterebbe creare un’Accademia della difesa per formare ufficiali europei?

La tradizione vuole che Wellington, in visita a Eton, abbia detto che la battaglia di Waterloo era stata vinta sui suoi campi sportivi. La frase, quasi certamente apocrifa, è spesso citata per sottolineare l’importanza della formazione del carattere nei comandanti britannici. Vera o meno, la frase suggerisce il potenziale di un’Accademia europea della difesa (o un’Accademia della difesa europea?) nella costruzione di un’identità comune nel campo della sicurezza. Il concetto è semplice: meglio allevare fin dall’inizio i futuri dirigenti della difesa con una prospettiva comune che tentare una convergenza a posteriori. Il concetto è rivoluzionario, ma non del tutto.

L’Europa ha già molte esperienze addestrative in comune, la più ampia delle quali è stata il Trinational Tornado training establishment (Ttte) che in 18 anni preparò circa 3.400 piloti e navigatori dei tre Paesi del consorzio Tornado. Molti i programmi bilaterali, nei quali allievi di un Paese vengono addestrati in un altro, con acquisto di corsi o scambi (come fanno l’Aeronautica militare italiana e l’Elliniki aeroporia greca, rispettivamente per l’addestramento avanzato a Lecce su M-346 e per quello basico a Kalamata su T-6A). Il panorama si amplia ancor più se si passa ai corsi specifici. Senza dubbio, l’addestramento è la collaborazione più facile. Permette di ottimizzare l’impiego di risorse (fisiche e umane) altrimenti sottoutilizzate e dunque più costose. Mancando la dimensione operativa, non comporta cessione di sovranità o potenziali contraccolpi.

In un’epoca in cui l’impiego è spesso multinazionale, sviluppa l’abitudine a lavorare insieme. Quest’ultima considerazione si sposa bene con lo slogan del “Train as you fight, fight as you train” (addèstrati come combatti, combatti come ti addestri) in vigore da molti anni. Da questo punto di vista, addestrarsi insieme vuol dire prepararsi a come si opererà. Ma la formazione comune è molto di più. Prendere adolescenti neodiplomati di Paesi, lingue e culture diversi per formarli non a uno standard ma a una visione e, in prospettiva, a un impiego comune. Proprio in questo stanno le sfide di un’Accademia militare europea. La più facile sarebbe quella della Forza armata di riferimento: in altre parole, meglio un istituto unico per la formazione militare di base oppure tanti istituti quanti sono gli ambienti di riferimento? L’opzione più pratica è senz’altro la seconda, anche perché moltiplicare le sedi renderebbe più facile moltiplicare le adesioni. Bisognerebbe, naturalmente, cercare di abbinare le sedi agli ambienti, evitando di assegnare l’Accademia navale a un Paese senza sbocchi sul mare e quella Aeronautica a uno con 350 giorni l’anno di brutto tempo.

Più complicati sarebbero il livello formativo e la durata. Se prevalesse un modello Erasmus, universale e obbligatorio, basterebbe coordinare i contenuti di un solo anno. Poiché la vera novità consisterebbe però nel percorso comune completo, bisognerebbe crearne uno condiviso. Il problema riguarda soprattutto gli ufficiali di Stato maggiore, perché i corpi tecnici (soprattutto ingegneri e medici) avrebbero comunque un riferimento nelle relative professioni. In ogni caso, ciascun Paese ha un proprio modello formativo, tarato su esigenze e tradizioni nazionali. Un iter interamente comune richiederebbe pertanto di omogeneizzare i sistemi oppure un riconoscimento europeo ad hoc. Difficile sarebbe la definizione dei contenuti.

In Italia, da circa vent’anni, tutto ruota attorno al conseguimento del titolo universitario richiesto per la dirigenza statale, che si è tradotto nella diluizione della specificità militare, nella massiccia iniezione di materie giuridico-amministrative e nell’allungamento dei tempi. In altri Paesi, prevalgono studi militari, spesso con un approccio pragmatico. E che dire di storia e tradizioni, tanto identitarie quanto contrapposte? In attesa di una storia militare europea, si dovrà forse ripiegare sulla Guerra civile americana, sanguinosa ma dagli scopi politicamente corretti. Infine, la lingua: la lingua veicolare dell’Europa è senz’altro l’inglese, che ha l’ulteriore vantaggio di essere anche quella della Nato. Con la Brexit, si complicherà anche questo punto.

Il vero problema, però, sarebbe quello del successivo utilizzo del personale formato in ambito europeo. Non essendovi oggi navi, reggimenti o stormi europei, dove presterebbe servizio? L’assegnazione a stati maggiori o enti tecnico-amministrativi creerebbe una sorta di burocrazia militare senza esperienza operativa. L’inserimento nei reparti dei singoli Paesi, accanto a (o alle dipendenze di) colleghi formatisi nelle Accademie nazionali, creerebbe problemi di omogeneità delle graduatorie, di mancanza dei legami camerateschi e di altri importanti aspetti di vita militare. Creare una corsia preferenziale potrebbe, d’altro conto, tradursi in invidia. Senza una chiara identità politica a monte, c’è il rischio che i nuovi ufficiali non siano il lievito dello spirito della difesa europea ma ne certifichino piuttosto il fallimento. Basti pensare agli annuali giuramenti di fedeltà ai diversi Paesi anziché all’Unione europea.

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