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Ecco come gli Usa si difendono da Pyongyang

Di Davide Urso
In In Evidenza
04/12/2017
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Gli Usa hanno tre linee di difesa missilistica, in ordine crescente di distanza dalla Corea del Nord: il sistema terrestre in Corea del Sud (Thaad); il sistema navale installato su cacciatorpediniere e incrociatori della Marina militare statunitense in Asia orientale (Aegis) e i sistemi terrestri in Alaska e in California (Gmd).

L’installazione da parte degli Stati Uniti del sistema Thaad (Terminal high altitude area defense) in Corea del Sud è stato posto per proteggere il Paese da eventuali attacchi di Pyongyang. Thaad è un sistema trasportabile di difesa missilistica che mira a intercettare missili balistici a corto e medio raggio, non missili balistici intercontinentali (Icbm), dentro e fuori l’atmosfera durante la parte finale del volo. Lo scorso 11 luglio 2017, Thaad ha intercettato per la prima volta un missile balistico a medio raggio in fase di test.

Insieme ai sistemi Aegis (intercettori eso-atmosferici) e Patriot (intercettori endo-atmosferici), si tratta di sistemi di difesa missilistica regionali, non testati contro Icbm. Il sistema Aegis ballistic missile defense (Abmd) – conosciuto come sea-based midcourse – è un programma della Us Missile defense agency (Mda) disegnato per intercettare missili balistici di corto e medio raggio in fase post-boost e prima del rientro in atmosfera. È in grado, su navi da guerra, di colpire missili balistici con l’azione del Aegis combat system (tecnologia Lockheed Mar- tin), radar AN/SPY-1 e missili intercettori (princi- palmente Raytheon RIM-161 Standard Missile 3, SM-3).

La griglia di difesa Aegis è strutturata su oltre 30 navi equipaggiate con intercettori SM-2, SM-3 e SM-6 (sistema endo-atmosferico progettato per intercettare missili balistici durante la fase terminale del volo). L’Abmd non ha capacità di intercettare Icbm perché nato e sviluppato per proteggere zone limitate. Peraltro, incrociatori e cacciatorpediniere Aegis dovrebbero trovarsi nel posto giusto al momento giusto. L’attuale intercettore Aegis è stato testato con successo contro un missile balistico a medio raggio. Il Ground-based midcourse defense (Gmd) punta a intercettare i missili balistici a lungo raggio, inclusi gli Icbm con testate Wmd (armi di distruzione di massa), provenienti dallo spazio durante la fase intermedia del volo, grazie all’utilizzo di exoatmospheric kill vehicle (Ekv) rilasciati da intercettori difensivi ground-based (Gbi) con a bordo radar e sensori di localizzazione del missile.

Gmd è l’unica difesa di cui dispongono gli Usa contro un Icbm una volta in aria, anche se è tecnicamente molto difficile colpire un proiettile con un altro proiettile in fase di volo post-boost. Il 30 maggio 2017 è stato effettuato con successo il primo test d’intercettazione di Icbm con il lancio di un intercettore dalla base di Vandenberg. Il sistema include circa 36 intercettori schierati. La maggioranza usa il kill vehicle CE-I, mentre altri intercettori sono equipaggiati con il CE-II. In generale, 10 dei 18 test d’intercettazione effettuati hanno avuto successo. L’ultimo test si è svolto con parametri prestabiliti, senza contromisure nemiche e comunque non è stato mai testato in una situazione dove multipli intercettori vengono lanciati simultaneamente.

Con il nullaosta dell’ex presidente George W. Bush, per accelerare la sua operatività, il sistema Gmd è stato esonerato dai normali processi di supervisione e di responsabilità richiesti ad altri sistemi militari. Ciò ha permesso al Pentagono di mettere in campo sistemi di difesa missilistica senza sotto- porsi a test operativi e prove fly-before-you-buy. Gli Usa hanno comunque in programma lo sviluppo di un sensore in volo a raggi infrarossi. L’obiettivo è di rilevare e tracciare simultaneamente molti missili balistici da Uav e, grazie a piattaforme aeree distribuite, garantire maggiore profondità alle difese missilistiche regionali.

Infine, la Us Missile defense agency sta esplorando l’opzione Early intercept (Ei), ovvero la tecnologia di intercettazione dei missili all’inizio del volo usando intercettori e sensori già pianificati. Invece di sviluppare booster più grandi e più veloci, Ei punta a ridurre il tempo associato all’early sensor tracking e all’evoluzione delle soluzioni fire-control, in modo che i missili possano intercettare quelli nemici molto prima durante il volo. Gli Stati Uniti non sembrerebbero al lavoro per la cosiddetta boost-phase missile defense, che cerca di colpire il missile mentre brucia nella primissima parte di spinta del volo, quando il missile è ancora dentro l’atmosfera terrestre.

Gli Usa già dispongono di sensori a infrarossi sui satelliti per l’early warning della fase pre-lancio/lancio del missile e di radar di sorveglianza (ad esempio X-Band AN/TPY-2 in Giappone o radar navali come gli Aegis SPY-1 sui cacciatorpediniere e gli incrociatori della Us Navy). Dopo aver accelerato attraverso l’atmosfera, il booster del missile brucia circa 3-4 minuti dopo il lancio. Non è più visibile ai satelliti early warning, ma può esserlo ancora ai radar.

Nel vuoto dello spazio, il missile rilascia la sua testata ed esche o altre contromisure intenzionali a bordo per confondere i sensori nemici, rendendo l’intercettazione molto complessa. Per avere maggiori possibilità di successo nell’intercettazione del missile, bisognerebbe agire nel suo primo minuto di volo, quando il vettore è più lento e facile da vedere. Ciò tuttavia è ipotizzabile solo in caso di guerra manifesta e in particolari situazioni operative. Il problema principale comunque è che il boost-time è breve ed è necessario essere relativamente vicino al sito di lancio. In più, la maggior parte dei missili balistici moderni si basa su lanciatori mobili, rendendo difficile la loro identificazione.

Inoltre, in caso di missili Wmd, si azzererebbe il fallout a protezione del proprio territorio, ma resterebbero coinvolte le popolazioni interessate al luogo di detonazione e vicini (possibili allea- ti). C’è anche una problematica tecnologia-tempo. Un Icbm moderno impiega circa 60 secondi a rag- giungere l’apogeo e 180 secondi a entrare in orbita. Mentre i tempi di rilevamento del lancio, di comunicazione alle basi operative di prima risposta e l’attuazione delle misure difensive si aggirano sui 200 secondi.

Infine, vi è la questione di tecnologia- velocità: è quasi impossibile intercettare un Icbm che viaggia a 24mila km/h con missili intercettori sperimentali che viaggiano a circa 8mila km/h.

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