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Come funziona la disinformazione del Cremlino sui social media

Di Cyber Affairs
In In Evidenza
03/11/2017
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“L’uso dei social media da parte dei terroristi è stato profondo e violento, ma ora entità autoritarie hanno portato questo utilizzo a livelli più subdoli, per fare qualcosa di ancora più pericoloso: distruggere la nostra democrazia da dentro, attraverso campagne di informazione ideate per mettere gli americani gli uni contro gli altri”. È quanto ha detto Clint Watts (German Marshall Fund of the United States e George Washington University) in una testimonianza per la Commissione Affari giudiziari del Senato degli Stati Uniti tenuta nell’ambito delle audizioni per il ‘Russiagate’ intitolato “Extremist Content and Russian Disinformation Online: Working with Tech to Find Solutions“.

“Strumenti come l’anonimato degli account“, ha scritto, “l’accesso illimitato dell’audience e l’economicità dei mezzi tecnologici dei social media hanno offerto alla Russia un’opportunità senza precedenti per mettere in atto la loro arte di manipolazione e sovversione conosciuta come Active Measures. Fino ad oggi la Russia ha condotto l’operazione di influenza di maggior successo della storia, infiltrandosi nell’audience occidentale, orientandolo e coordinandolo per sovvertire la governance democratica”. Nella strategia del Cremlino, “ogni piattaforma social ha una sua funzione, un ruolo nella rete dell’ecosistema dei social media“. Nel testo redatto da Watts si mettono in evidenza “cinque funzioni complementari dei social media che permettono di sviluppare efficaci campagne di influenza: il riconoscimento, l’hosting, il piazzamento, la propagazione e la saturazione.

Fornendo un esempio di come agisce una ipotetica campagna di disinformazione social, l’esperto segnala i passaggi che farebbe una notizia, dalla sua creazione alla diffusione. “Una pubblicazione falsa presente su 4Chan” spiega Watts “può essere rilanciata dagli account Twitter del Cremlino che amplificano le discussioni con i social bot (programmi che generano in modo automatico account falsi, post, hashtag e, in generale, traffico social che porta in risalto una determinata notizia, ndr). Dopodiché, un organo di stampa appoggiato dal governo riporta su YouTube la discussione di Twitter. La storia YouTube viene inoltrata e diffusa nelle comunità Facebook, amplificata attraverso campagne adv e promossa da gruppi finti”.

In questo viaggio, “ogni azienda di social media non vedrà che una parte degli sforzi del Cremlino”. L’unico modo per avere un quadro completo della manipolazione, “comprendere pienamente lo scopo della manipolazione russa e il suo impatto”, consisterebbe nella “condivisione di tutti i dati da parte dei social media”. Nel suggerire al Senato un approccio alla gestione del trend, Watts auspica l’estensione dell’applicazione delle leggi federali sulla comunicazione politica anche ai social media, sottolineando che “i messaggi politici diffusi sui social continueranno a crescere sempre di più in ogni ciclo elettorale e i cittadini statunitensi devono essere in grado di conoscere le fonti delle informazioni divulgate da qualsiasi mezzo: stampa, radio, televisione o social media”.

In questo percorso un ruolo di primo piano deve essere svolto dagli stessi social media, i quali “devono supportare la protezione dei principi democratici e delle istituzioni” scrive Watts. Tra gli aspetti centrali da considerare, la necessità di “confermare gli account gestiti da persone (e non da macchine, ndr)”. L’esperto propone anche di individuare un “ragionevole numero di post che ogni account può pubblicare in un’ora, in un giorno o in una settimana”. L’Intelligenza artificiale e le tecnologie di machine learning possono essere di supporto al monitoraggio del traffico social, ma serve anche un indirizzo umano in grado di comprendere le dinamiche sociali e sociologiche di chi sfrutta la Rete per diffondere messaggi ingannevoli. “Chi capisce le intenzioni e le azioni di criminali, terroristi ed entità autoritarie” sottolinea Watts, “deve lavorare insieme ai tecnici per sostenere l’integrità delle piattaforme social”. Si tratta di una pratica “diventata comune negli sforzi della cyber security per individuare gli hacker, ma fino ad oggi non ho visto una sola azienda di social media utilizzare questo tipo di approccio in modo ordinario”. Chi vi fa ricorso è Hamilton 68 dell’Alliance for Securing Democracy e Artikel 38, strumenti che monitorano l’influenza del Cremlino sui social media.

Tra gli strumenti che Watts propone di sviluppare per potenziare il monitoraggio delle informazioni, ci sono le cosiddette ‘etichette nutrizionali’ (nutrition labels), “icone con valutazioni che appaiono affianco alle news diffuse sui feeds dei social media e motori di ricerca”. Questo genere di strumento “darebbe agli utenti una valutazione sulle notizie, senza intaccare la liberà di parola o di stampa”. Ad occuparsi delle valutazioni e dei punteggi da dare alle notizie, dovrebbe essere un ente “esterno alle aziende dei social media, non avere contatti con i governi ed essere non-profit. Gli utenti andrebbero a beneficiare anche di un sistema di valutazione collettivo che permetterebbe alle notizie con performance migliori di collezionare più visite” ed essere quindi più diffuse rispetto a notizie ritenute non vere. “Utenti, media tradizionali e social media beneficerebbero congiuntamente del sistema di rating senza andare a regolare o restringere la libertà individuale”. ​

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