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I piani di Trump per il nucleare

Di Emanuele Rossi
In In Evidenza
12/10/2017
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Il presidente americano Donald Trump avrebbe chiesto ai suoi collaboratori il costo per aumentare di dieci volte l’arsenale nucleare americano. La domanda pare sia stata posta quest’estate, durante una riunione d’altro profilo con i top funzionari della sua sicurezza nazionale. Tre dei presenti al briefing di due ore ne hanno parlato in esclusiva, anonima, alla NBC.

La riunione

Evidentemente la rete ha beccato un buon filone di fonti, dato che è stato proprio da un articolo del network di notizie che si è arrivati a quella che potrebbe essere la resa dei conti tra Casa Bianca e segretario di Stato; ora un pezzo in più, perché secondo la NBC fu esattamente dopo quella riunione, avvenuta il 20 luglio, che il segretario Rex Tillerson disse a suoi confidenti che Trump è un “coglione” (il Morongate, che sta assumendo un china grottesca e che fa da contorno colorito proprio allo scontro tra Trump e Tillerson). NBC racconta che i funzionari davanti alle dichiarazioni di Trump durante il briefing nella Situation Room – clima: “Teso” – sarebbero rimasti “spiazzati”. Il presidente pare si sia lasciato andare ad un “a quanto ammonta” – un aumento dell’arsenale – mentre gli venivano mostrati i dati di un grafico che spiegava la progressiva riduzione di armamenti atomici dagli anni Settanta ad oggi (32mila testate contro le attuali 4mila, frutto di accordi internazionali firmati formalizzati poi dall’amministrazione Reagan e di una dottrina decennale statunitense: un cambiamento sconvolgerebbe, e di molto, gli equilibri globali). Le fonti hanno detto che i collaboratori presenti al meeting hanno spiegato in rassegna questioni tecniche e legali che renderebbero una qualsiasi proliferazione atomica non fattibile, aggiungendo che attualmente l’arsenale americano è il più forte di tutti (dev’essere stato un argomento d’aggancio per l’attenzione del presidente, descritto come a tratti confuso dal trambusto intorno a lui).

Un dubbio atroce

Importante il contesto: la crisi aperta sul nucleare nordcoreano (due bombardieri strategici americani hanno sfilato davanti a Pyongyang, per deterrenza, anche martedì) e quella che rischia di aprirsi tra pochi giorni per la possibile trumpata del ritiro dal Nuke Deal con l’Iran. Secondo i presenti, scrive la NBC, da quello che diceva il presidente non si capiva se stesse realmente indicando un possibile aumento dell’arsenale, ma tutti hanno pensato che il commander in chief “non avesse troppa famigliarità con il tema della postura nucleare” (memo: come i film di Hollywood ci insegnano, il presidente americano è sempre accompagnato da un ufficiale che tiene con sé una valigetta con i codici di attacco atomico). Pensare agli ufficiali presenti, che in quell’occasione avranno avuto il sangue bollente nelle vene vedendo la distanza tra la loro formazione e le visioni del presidente (NBC dice “sono stati violentati” da quelle parole). Ed è un pezzo in più che spiega quanto la linea sostenuta da alcuni collaboratori che provengono dal mondo militare (dal Pentagono, alla Sicurezza nazionale, fino al generale che coordina il gabinetto interno) e quella del presidente stesso è così diversa.

Il problema, vero

C’è un fatto concreto. Il Pentagono sta da tempo rivedendo la postura a lungo termine, e il tema del bilanciare l’ammodernamento con i trattati di non proliferazione e soprattutto con il tetto del budget è un cruccio costante dei presidenti. Un programma di revisione sviluppato dall’amministrazione Obama porta stime intorno ai mille miliardi dollari; impone la quasi imprescindibile sostituzione dei missili balistici Minuteman e una revisione molto ampia dell’arsenale per renderlo realmente un punto di deterrenza.

www.formiche.net

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