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Difesa europea e rapporti con gli Usa. L’intervista a McAllister (Ppe)

Di Andrea Picardi
In In Evidenza
29/09/2017
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Il processo di integrazione dell’Unione europea, il futuro dell’atlantismo, il rapporto con la Russia e le prossime sfide che attendono la Germania dopo il voto di domenica scorsa. Formiche.net ha parlato di queste tematiche con il tedesco David McAllister, vicepresidente del Ppe e presidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo. La conversazione si è svolta a margine della due giorni di lavori che il think tank “European Ideas Network (E.I.N.)” ha organizzato ieri ed oggi a Roma per parlare di “Sicurezza comune e stabilità nella Regione del Mediterraneo“. Ecco l’intervista.

Presidente, pensa che l’Unione europea sia troppo timida in politica estera?

Ritengo che negli ultimi tempi l’Europa abbia fatto importanti passi in avanti da questo punto di vista. Avreste mai pensato dieci anni fa che avremmo avuto una figura incaricata di rappresentare tutta l’Unione in materia di politica estera? Mi riferisco in particolare alla difesa e alla sicurezza comune a proposito delle quali negli ultimi due anni, non senza difficoltà, sono stati raggiunti più risultati che nei cinquanta precedenti. Ciò di cui abbiamo bisogno adesso è un maggior coordinamento tra le posizioni dei singoli Stati nazionali, anche dal punto di vista dello sviluppo economico e del commercio estero.

C’è chi dice che gli Stati Uniti stiano sempre più abbandonando l’Europa e l’area del Mediterraneo al loro destino.

Gli Stati Uniti rimangono il più importante alleato dell’Europa. Intendo dire che nessun Paese è così vicino all’Unione come gli Usa, sotto il profilo economico, politico e culturale. Le relazioni transatlantiche sono estremamente importanti per la sicurezza globale: noi vogliamo in questo senso il supporto americano. Senza gli Usa non saremmo in grado di garantire la sicurezza in Europa. Certo, oggi l’atlantismo deve affrontare nuove sfide anche in virtù dell’arrivo del nuovo presidente americano.

Come deve essere gestita questa nuova fase a suo avviso?

La chiave rimane il dialogo: occorre confrontarsi con gli Stati Uniti il più possibile. All’inizio dell’amministrazione di Donald Trump c’è stato un malinteso perché alcune persone del suo staff avevano una percezione incompleta di ciò che è l’Unione europea. Ma la situazione è cambiata molto rapidamente ed è tornata, per così, dire alla normalità. Non è un caso che Trump e il suo vice Mike Pence abbiano visitato entrambi le istituzioni europee nei primi mesi del loro mandato.

Dunque ritiene che Trump abbia modificato la sua visione dell’Unione europea dal suo arrivo alla Casa Bianca?

Recentemente è stato molto meno critico nei confronti dell’Europa. Ma vorrei dire una cosa in più: che il progresso dell’integrazione europea è nell’interesse degli stessi Stati Uniti per i quali, così come avviene per noi, continuiamo a rappresentare l’alleato più importante. Ci sono delle differenze tra di noi e anche interessi in alcuni casi diversi, è ovvio. Ma anche tanti, tantissimi elementi in comune che non dobbiamo mai smettere di sottolineare.

Non è che l’Europa sia o sia stata in passato troppo dipendente dagli Stati Uniti?

Non so se è troppo ma certamente – specie nel campo della difesa e della sicurezza – siamo stati dipendenti dagli Stati Uniti. Non è stato un male ma adesso i tempi sono cambiati: noi europei dobbiamo capire che dobbiamo fare di più per la nostra sicurezza e difesa. Ci vuole ancora più cooperazione in questo campo – non c’è dubbio -, soprattutto tra Paesi come Francia, Germania, Italia e Spagna. Questo non vuol dire essere in competizione con la Nato, assolutamente, ma aggiungersi a ciò che di buono fa l’Alleanza Atlantica.

Pensa che si debba andare verso un’Europa a geometrie variabili o, come dice qualcuno, a differenti velocità?

Non sono espressioni per cui vado pazzo, parlerei piuttosto di differenti livelli di integrazione. Lo stiamo già facendo peraltro, visto che non tutti i Paesi membri dell’Unione hanno adottato la moneta unica. E lo stesso vale pure per Schenghen. Penso che questo approccio differenziato possa essere la soluzione ai problemi dell’Europa. Capisco che alcuni Stati non siano interessati a una cooperazione più stretta, ma ci sono molti Paesi che vogliono andare avanti e che credono in un progetto di sempre maggiore integrazione, a partire dalla sicurezza e dalla difesa. Devono poterlo fare, anzi devono farlo. Chi vuole potrà aggiungersi in futuro.

Stiamo parlando di difesa e sicurezza comune, però l’Italia è stata lasciata a lungo sola nella gestione dell’emergenza migranti. L’Europa dovrebbe aiutarla e come a suo avviso?

E’ chiaro che da questo punto di vista l’Europa debba aiutare l’Italia che si è trovata a sostenere una pressione enorme. Dobbiamo capire che le politiche dell’immigrazione sono di competenza di tutta l’Unione. Non possiamo lasciare alcuno Stato membro da solo nell’affrontare questa emergenza. Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione è stato molto chiaro nel dire che l’Italia ha fatto tantissimo per la salvaguardia dell’Europa e dei suo valori e che, adesso, merita non solo solidarietà ma anche un sostegno concreto. Sono fiducioso che nell’arco di un paio d’anni si possa arrivare ad avere una polizia di frontiera e anche una guardia costiera europea. Non abbiamo ancora il controllo dei nostri confini confini ma, se vogliamo che l’area Schenghen resti in piedi, è necessario muoversi rapidamente in questa direzione. Questo non è un problema solo italiano o greco, ma di tutti noi.

In questo contesto che rapporto immagina si debba avere con la Russia di Vladimir Putin?

La Russia è un importantissimo vicino ovviamente e noi tutti siamo dispiaciuti dei recenti sviluppi negativi. Ma quello che Mosca ha fatto in Ucraina è stata la più grave violazione del diritto internazionale dai tempi della Seconda Guerra mondiale. Da un lato dobbiamo essere molto netti nella difesa dei nostri valori: questo significa che finché la Russia persevera in questa politica non possiamo eliminare le sanzioni. Dall’altro lato, però, dobbiamo continuare a dialogare, perché Mosca rimane un interlocutore fondamentale.

Quindi le sanzioni devono essere confermate?

Il modo per eliminarle è chiaro: gli accordi presi devono essere rispettati. Il presidente Putin sa perfettamente cosa dovrebbe fare per arrivare all’attenuazione o alla cancellazione delle sanzioni.

Ultima domanda sul voto tedesco: teme che dopo le elezioni di domenica scorsa Angela Merkel sia diventata una sorta di “anatra zoppa”?

Il popolo tedesco ha parlato: come Cdu/Csu abbiamo ricevuto più voti degli altri ma speravamo in un risultato migliore. Ora Angela Merkel si occuperà di formare il nuovo governo, per il quale è possibile che le trattative siano un po’ più complesse di quanto avremmo voluto visto che per la prima volta avremo probabilmente una coalizione a tre partiti. Sono fiducioso che nell’arco di poche settimane, al massimo un mese, avremo un nuovo governo. Merkel è un ancora di stabilità per il mio Paese: ha governato con successo per moltissimi anni e sono convinto continuerà a farlo per il bene della Germania e del percorso d’integrazione europea.

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