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Impronte digitali

Di Maurizio Mensi
In Columnist
14/09/2017
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Sovranità digitale alla cinese

Il concetto di “sovranità digitale”, una delle parole d’ordine dell’élite politica cinese negli ultimi mesi, sta assumendo un significato nuovo e forse non del tutto previsto, se in concreto la sua declinazione sarà quella adottata di recente nei confronti di Apple. In base alla legge sulla cyber-sicurezza approvata a giugno, la società statunitense è stata costretta a rimuovere dal suo store cinese tutte le applicazioni, divenute assai popolari, che consentono agli utenti di bypassare il “Great Firewall”.

Si tratta delle reti VPNs (reti private virtuali) di solito usate da stranieri, società multinazionali e da molti cittadini cinesi per accedere a indirizzi quali Gmail, Google, Facebook (le applicazioni vendute attraverso lo store di Apple sono peraltro le sole disponibili) il cui accesso è bloccato o rallentato. Come rileva il Financial Times lo scorso primo agosto, Pechino persegue un obiettivo chiaro: chiudere tutte le reti VPNs senza licenza. Appare paradossale che, a fronte dell’insistenza del presidente Xi Jinping sulla necessità di sviluppare il digitale, il modello di regolazione previsto rischi di isolare la Cina nel sistema dell’Internet globale, ponendo altresì tutti coloro che hanno a che fare con la seconda economia del pianeta di fronte ad una serie di rischi. L’approccio adottato nei confronti di Apple potrebbe infatti avere come conseguenza che, per esempio, i manager presenti nel Paese non siano piú in grado di ricevere messaggi o accedere ad informazioni importanti per il proprio lavoro.

Un altro problema, non meno rilevante, è quello della privacy. Se gli utenti sono obbligati ad accedere dall’estero a siti usando reti VPNs fornite da Isp ufficiali cinesi, quali garanzie vi sono che l’apparato di sicurezza di Pechino non raccolga segreti commerciali o informazioni confidenziali? Non sorprende dunque che ExpressVPN, che vende una delle applicazioni rimosse, abbia rimproverato alla società statunitense di aver accettato la censura imposta dal governo cinese. In realtà, Apple non aveva scelta, poiché il ministro dell’Industria e dell’informazione tecnologica aveva annunciato qualche mese prima che tutte le VPNs avrebbero dovuto disporre di una licenza locale, salvo esporsi alle incognite di un contenzioso legale.

Dalla vicenda emerge dunque una concezione piuttosto discutibile di sovranità digitale, che di fatto disconosce l’importanza del libero flusso delle informazioni in un sistema di scambi globali. Tutto ciò mentre giganti cinesi come Alibaba e Tencent si espandono negli Stati Uniti e in Europa. Si rende quindi necessario, al piú presto, impegnare la Cina a sottoscrivere un codice di comportamento condiviso sulle libertá digitali tale da salvaguardare e garantire un accesso alla rete senza discriminazioni o controlli indebiti.

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