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Usa-Cina, dai droni sottomarini ai satelliti

Di Marcello Spagnulo
In SPACE ECONOMY
14/08/2017
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Il volo inaugurale del lanciatore spaziale Lunga Marcia 5, avvenuto a novembre 2016, ha coronato anni di sviluppo condotti dalla China aerospace science and technology corporation (Cast), che sin dai primi anni 2000 ha avviato un programma di ammodernamento della propria flotta di veicoli di lancio. Il Lunga Marcia 5 è paragonabile per peso al decollo (800 tonnellate) e capacità di carico al Delta IV Heavy della Boeing, il più potente razzo al mondo. Il nuovo vettore cinese, a due stadi, può trasportare 25 tonnellate di carico utile in orbita bassa, oppure 14 tonnellate in orbita di trasferimento geostazionario a 36mila chilometri. Lo scorso 2 luglio però il secondo lancio del vettore non è stato coronato da successo, è fisiologico che vi siano degli stop-and-go nello sviluppo di sistemi così complessi, ma comunque occorre tener presente che si tratta di un nuovo lanciatore imponente e di grande importanza strategica per le ambizioni cinesi di esplorazione umana dello spazio, visto che consentirà la messa in orbita dei moduli della prossima stazione spaziale e, in prospettiva, anche l’invio di equipaggi oltre l’orbita terrestre. Nel corso del 2016 però, la Cina aveva inaugurato anche un altro lanciatore. A giugno infatti, la Cast aveva lanciato con successo dal cosmodromo di Wenchang il Lunga Marcia 7, un razzo vettore da 600 tonnellate, a due stadi e con quattro booster laterali, sviluppato ex novo con tecnologie di nuova adozione, come i motori a ossigeno liquido e cherosene al posto di quelli impiegati da oltre trent’anni che usavano combustibili a base di tetraossido di diazoto e dimetilidrazina altamente tossici e meno performanti. Il Lunga Marcia 7 può trasportare 13.500 kg di carico utile in orbita bassa ad un’altezza di 400 km, oppure 5.500 kg in orbita eliosincrona a 700 km (dove volano i satelliti spia ad esempio). Con queste performance la Cast potrà rimpiazzare i Lunga Marcia 2, 3 e 4, per lanciare satelliti sia civili sia militari e per missioni di esplorazione umana. Il volo inaugurale di giugno ha permesso anche il collaudo del nuovo centro spaziale di Wenchang, nell’isola di Hainan, davanti alle coste del Vietnam; un sito molto favorevole per i lanci spaziali, data la vicinanza all’equatore e la possibilità di decollare in traiettoria diretta sul mare, evitando zone abitate.
Insomma, il 2016 è culminato per Pechino con un formidabile ammodernamento della flotta di veicoli spaziali, in grado di accompagnare le ambizioni strategiche cinesi vis-a-vis della vera, e unica, super potenza spaziale del mondo, gli Stati Uniti. E proprio per questo, il lancio del Lunga Marcia 7 ha in un certo senso anticipato le inquietudini, concretizzatesi con il sequestro del drone sottomarino nel Mar della Cina cinque mesi dopo, relativamente all’assertività strategica di Pechino. Nel suo volo inaugurale, il Lunga Marcia 7 ha portato in orbita un prototipo in scala del Next generation crew vehicle e quattro piccoli satelliti, tra cui Aolong-1, che secondo l’Haibin institute of technology era un dimostratore tecnologico per il recupero dei detriti spaziali, dotato di un braccio robotico in grado di “catturare” un detrito e farlo rientrare in atmosfera. In pratica un drone spaziale in grado di manovrare autonomamente in orbita. Il concetto di recupero dei detriti spaziali è molto in voga negli ultimi anni nella comunità spaziale. La Nasa stima che oltre 20mila detriti più grandi di una palla da softball, con velocità sino a 28mila km/h, orbitino intorno alla Terra, e che 500mila detriti abbiano invece le dimensioni di una biglia; sempre secondo l’Ente spaziale americano, ci sono molti milioni di detriti così piccoli che non possono essere monitorati. E così sulla base di questi dati impressionanti, vari enti privati, e alcune agenzie governative, propongono iniziative per lo sviluppo e la messa in orbita di sistemi di “pulizia”, ottenendo però sinora timidi finanziamenti, anche per le potenzialità e capacità tutte da dimostrare da parte dei proponenti. Progettare e costruire un piccolo robot che, manovrando nello spazio alla velocità di 7,8 m/s, riesca a individuare un oggetto, anche di modeste dimensioni, e lo possa affiancare, agganciare per poi abbassarne l’orbita, è un’operazione facile da descrivere su una presentazione Powerpoint, ma molto complessa da realizzare anche con ingenti fondi e tempi di sviluppo. La Us Air Force sin dai primi anni 2000 ha realizzato e lanciato i mini e micro satelliti della classe Experimental spacecraft system (Xss) nell’ambito del progetto Microsatellitedemonstration, effettuando missioni di navigazione autonoma per l’avvicinamento ad altri satelliti e la successiva ispezione con videocamere. Se gli Xss abbiano però provato anche tecnologie per altre tipologie di manovre di prossimità non è dato sapere.
Le tecniche di rendez-vous autonomo unite alla capacità di aggancio, sebbene dichiarate per fini pacifici come nel caso del satellite cinese Aolong-1, hanno sempre fatto alzare le sopracciglia degli osservatori internazionali, perché qualunque nazione sviluppi una tecnologia spaziale per il recupero di detriti, fino a portarli in modo sicuro a un rientro distruttivo, sta oggettivamente lavorando alla realizzazione di veicoli spaziali in grado di raggiungere anche satelliti, e non solo detriti. In un’ipotetica situazione di confronto geopolitico o militare, questa tecnologia sviluppata per fini pacifici, quale è la riduzione dei detriti, potrebbe però essere utilizzata anche per avvicinare satelliti, disabilitarli deliberatamente o spostarli fuori orbita. Già nel numero 67 di Airpress (si veda l’articolo “Per Putin la Siria è stata un test spaziale”), e in Airpress 48 (si veda l’articolo “E la gara con la Cina continua”), avevamo analizzato le cosiddette Rpo – Rendez-vous and proximity operations – come attività spaziali di assertività strategica, al limite della politica di deterrenza. Da molti anni Stati Uniti, Cina e Russia non nascondono i loro interessi nello sviluppo di capacità anti-satellite, e quindi tutto sembra avvalorare l’ipotesi che presto o tardi una superpotenza spaziale possa, in determinate circostanze geopolitiche, attuare mirate e deliberate operazioni di interferenza con assetti spaziali di altre nazioni. Esattamente come è successo nel Mar della Cina con il sequestro del drone sottomarino, peraltro restituito pochi giorni dopo.
Al momento questa sembra una “partita spaziale” a tre, ma affinché lo diventi a quattro la costituzione di un nucleo europeo di difesa comune sembra essere l’unica vera possibilità per porre il nostro continente in grado di operare e difendere i propri assetti spaziali, dai quali dipendono le missioni future.

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