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Strategicamente

Di Andrea Margelletti
In Columnist
31/07/2017
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Daesh sconfitto… e ora?

Il 9 luglio scorso il premier iracheno alAbadi ha annunciato la vittoria su Daesh a Mosul. Una vittoria di alto valore simbolico, ma allo stesso tempo estremamente fragile. Lo dimostrano gli attentati che si susseguono con una frequenza inquietante nella parte est della città, strappata ai miliziani di al-Baghdadi già a gennaio. Tutto porta a ritenere che a Mosul rimangano nascoste delle cellule del Califfato, pronte a passare all’azione.
Ma questa è solo la dimensione contingente di un problema, quello della sicurezza e della effettiva stabilizzazione del Paese, che deve essere affrontato da una prospettiva decisamente più strutturale. Tenendo a mente come cadde Mosul, appare evidente che una delle priorità sia la ricostituzione di quei reparti dell’Esercito iracheno – due intere divisioni e altre due nell’area di Tikrit – che si sono liquefatte nell’arco di alcune ore sotto la pressione di poche centinaia di miliziani. Lo stesso vale per quanto riguarda l’altrettanto necessaria riforma di un settore sfibrato come quello della sicurezza.
Tali riforme devono essere affrontate tenendo presente che a essere sfilacciato non è soltanto l’apparato di sicurezza, ma il tessuto sociale nel suo complesso. Mosul, come il resto dell’Iraq, ha una storia di stratificate tensioni settarie. In questa regione, a maggioranza sunnita come l’Anbar, fin dal 2003 le istituzioni di Baghdad sono state percepite quasi come un corpo estraneo, fonte di discriminazione dalla quale tenere le distanze. In altri termini, l’offensiva ha tolto a Daesh il controllo del territorio, ma non ha certo rimosso le cause che gli hanno permesso di radicarsi e ricevere un vasto consenso popolare. Il premier al-Abadi ha vinto la guerra: ora deve provare a vincere anche la pace.
Da questo punto di vista, paradossalmente, a Mosul il problema più pressante non è tanto lo sradicamento degli operativi di Daesh, quanto l’identikit dei liberatori e la radicata diffidenza dei liberati nei loro confronti. Gran parte della provincia è sotto il controllo delle milizie sciite Hashd alShaabi, decine di migliaia di combattenti che solo nominalmente sono inseriti nella catena di comando che fa capo ad al-Abadi. La loro semplice presenza è capace di suscitare le proteste della popolazione locale, tanto più se resteranno in zona anche una volta cessata del tutto l’offensiva contro Daesh. L’integrazione senza scossoni delle milizie sciite negli apparati di sicurezza è la prima, fondamentale sfida che il governo di Baghdad deve affrontare.

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