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CYBERnetics

Di Michele Pierri
In Columnist
23/06/2017
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Cosa insegna il caso Qatar per le minacce cyber

Quando una già fragile situazione diplomatica si coniuga alla complessità del dominio cibernetico, l’effetto non può essere che deflagrante. E così è stato anche nella recente crisi che ha colpito i Paesi del Golfo Persico. In un clima regionale compromesso come quello mediorientale, l’elemento informatico si è aggiunto fino a produrre il casus belli delle scorse settimane. La situazione si è aggravata quando le autorità del Qatar hanno denunciato di essere state vittime di hacker che avevano pubblicato online, su canali dell’agenzia stampa ufficiale qatariota, delle false frasi attribuite all’emiro Tamim ben Hamad Al-Thani. In quelle affermazioni l’emiro si scagliava contro la retorica anti-iraniana dei suoi vicini e definiva Teheran – la maggiore potenza sciita della regione e rivale storica dell’Arabia Saudita – come un alleato strategico.

Nonostante le pronte smentite, le dichiarazioni sono state riprese da tutti i media della regione. Così Riyad – che ha sempre malvisto la posizione ambigua del Qatar nei confronti dell’Iran – ha colto l’occasione dell’incidente per tagliare tutti i rapporti con Doha. Nel giro di pochissimo tempo, il Bahrein, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto – unitamente ad altri Paesi come Yemen e Maldive – hanno seguito l’esempio dell’Arabia Saudita. La giustificazione ufficiale della decisione è che il Qatar sostenga e aiuti il terrorismo di matrice jihadista. La reazione di Doha è stata immediata: il Paese – che ospita una delle basi militari americane più grandi della regione – ha chiesto il supporto dell’Fbi per le indagini. I responsabili dell’attacco non sono ancora stati trovati o resi noti, ma tra le ipotesi, secondo una notizia diffusa dalla Cnn, c’è quella di una pista russa. Mentre la crisi scatenata stenta a ricomporsi, Mosca ha prontamente smentito. Al di là se il coinvolgimento del Cremlino si rivelasse vero o meno, la possibile ingerenza di un elemento apparentemente estraneo alla vicenda fa riflettere. Molti Paesi – Italia compresa – sono da tempo interessati alla dimensione geopolitica della sicurezza informatica. Tuttavia, in questo campo prevale una situazione di sostanziale anarchia legale e normativa.

In tale scenario, le violazioni informatiche sono sempre più realizzate non solo per spionaggio o per creare danno, ma anche per condurre campagne di disinformazione o destabilizzazione che – vista la difficoltà di attribuzione – possono essere utilizzate in modo subdolo da attori terzi per danneggiare un altro soggetto. Per lungo tempo ci si è soffermati sull’attacco cibernetico come vettore unidirezionale, ma è ormai palese la tendenza a un suo uso utile alla manipolazione di decisioni, all’agevolazione di un’escalation diplomatica e perfino militare, o ancora alla contaminazione di processi produttivi attraverso la diffusione di informazioni false e pericolose. Produrre i necessari anticorpi nei confronti di queste nuove modalità di offesa è una delle sfide della nuova era digitale. I casi che si stanno verificando nella polveriera mediorientale non fanno che confermarlo.

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