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Terrorismo, come procede la politica italiana delle espulsioni

Di Stefano Vespa
In In Evidenza
07/06/2017
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Tre attentati in tre giorni, quattro in due settimane, senza contare gli echi della guerra in Siria e in Iraq e i sempre più frequenti e violenti attentati dell’Isis in Afghanistan, l’ultimo il 6 giugno alla moschea di Herat, nella zona sotto comando italiano. Alla strage al concerto di Ariana Grande a Manchester del 23 maggio sono seguiti l’assalto al London Bridge e al Borough Marker di Londra il 4 giugno, l’attentato di Melbourne il 5 giugno e l’assalto di un giovane algerino armato di coltelli e martello a un poliziotto davanti a Notre Dame a Parigi il 6 giugno. La frequenza e la facilità nell’organizzare certi tipi di attacchi stanno mettendo a dura prova i nervi delle autorità di pubblica sicurezza in diversi Paesi. Anche in questi casi, però, è inevitabile notare alcune differenze con l’Italia. Per fare un esempio, chi è andato recentemente a Bruxelles ha notato che all’aeroporto non c’è un’adeguata presenza di polizia contrariamente a Fiumicino. Eppure Bruxelles è stata già pesantemente colpita dai terroristi.

Gran Bretagna tra scarsa prevenzione ed elezioni
Così come l’attentato di Manchester, anche quello al London Bridge ha convinto il premier Theresa May a chiedere una “revisione” delle procedure della polizia e dei servizi segreti che non hanno tenuto nella debita considerazione le segnalazioni su coloro che poi hanno realizzato gli attentati. In particolare, il Corriere.it ha anticipato la notizia secondo cui il terrorista italo-marocchino Youssef Zaghba, il terzo del commando di London Bridge, era stato fermato all’aeroporto di Bologna nel marzo 2016 mentre cercava di prendere un volo per la Turchia e poi raggiungere la Siria. Non c’erano però gli estremi per arrestarlo, anche se l’intelligence italiana aveva segnalato la sua presenza e i suoi spostamenti alle autorità marocchine e a quelle britanniche. A Bologna vive la madre con cui si era mantenuto in contatto anche dopo essersi trasferito a Londra. Dopo l’attentato di Manchester, il 23 maggio l’antiterrorismo britannico aveva elevato l’allerta al massimo livello, da “severe” a “critical”, riportandola però al livello inferiore il 27 maggio: decisione incomprensibile non solo ai profani, ancor di più per il fatto che resta “severe” anche dopo l’attacco al London Bridge. Il premier May ha sottolineato che negli ultimi tre mesi sono stati sventati ben cinque attentati: che altro deve succedere in Gran Bretagna per “allertarsi” al massimo? Nel frattempo, viene rafforzata la sicurezza ai seggi per le elezioni dell’8 giugno…

L’Italia e la politica delle espulsioni
In Italia, la prevenzione quotidiana con indagini e attraverso il monitoraggio delle carceri prosegue con un’intensa “campagna” di espulsioni di soggetti a rischio, ai quali non si può contestare un preciso reato legato al terrorismo o che hanno appena scontato una pena detentiva. Quasi tutti sono tunisini e marocchini. Proprio due marocchini sono gli ultimi, il 1° giugno, arrivando così a 49 soggetti espulsi quest’anno e a 181 dal gennaio 2015. 49 soggetti in cinque mesi significano quasi 10 espulsioni al mese, una ogni tre giorni in media: una “pulizia” che altrove non si fa e che offre anche ulteriori spunti investigativi perché l’antiterrorismo riceve notizie dai colleghi dei Paesi che hanno riaccolto i soggetti. All’indomani dell’attentato di Manchester il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ammise che “ci aspettano momenti difficili”, ma li supereremo perché “abbiamo forze di polizia all’altezza della situazione” e, sul fronte della collaborazione della cittadinanza, aggiunse che la gente deve “segnalare, ma senza cedere all’isteria”.

Il rischio immigrazione (con cautela)
Negli ultimi anni si è fatta molta propaganda politica sulla presenza di terroristi mescolati ai migranti che sui barconi partono dalla Libia. L’intelligence e l’antiterrorismo, oltre all’assenza di dati oggettivi, hanno sempre spiegato che un’organizzazione che magari ha impiegato anni per addestrare un kamikaze o un aspirante terrorista non rischia di vederlo morire affogato o, nel migliore dei casi, identificato e con le impronte digitali negli archivi italiani una volta sbarcato. Altra cosa, però, può essere un’organizzazione mirata a far arrivare di proposito sulle coste italiane soggetti potenzialmente pericolosi nell’ambito di traffici illeciti. È quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Palermo e Marsala con il Gico di Palermo che il 6 giugno, nell’operazione “Scorpion fish”, ha smantellato un’associazione che operava tra la Tunisia e l’Italia dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al contrabbando di sigarette e al riciclaggio: 15 persone arrestate, tra tunisini e italiani, 10 auto e due imbarcazioni sequestrate. Su gommoni che impiegavano meno di quattro ore dalla Tunisia alla costa trapanese viaggiavano clandestini che potevano permettersi di pagare fino a 3 mila euro e l’organizzazione aveva in programma (ma la Finanza specifica che il piano non si è attuato) di trasportare simpatizzanti jihadisti ricercati dalle autorità tunisine uno dei quali, intercettato, temeva di essere respinto dall’Italia proprio per terrorismo.

Gli eventi dell’estate e il rischio panico
Il Rock am Ring, festival di musica che si tiene sul circuito tedesco del Nuerburgring, andrebbe preso come esempio. Il 2 giugno gli organizzatori annunciarono dal palco che, per timori di un attentato, le autorità di polizia chiedevano di annullare la manifestazione e ben 85 mila persone furono pregate di allontanarsi “in modo calmo e controllato”. Hanno fatto proprio così, cantando “You’ll never walk alone”, brano famoso soprattutto per essere l’inno dei tifosi del Liverpool. Non solo non ci sono stati feriti, ma nessuno ha neanche abbozzato una corsa. A Torino la sera del 3 giugno ci sono stati 1.527 feriti, di cui alcuni gravi, perché la folla di migliaia di persone ha cominciato a correre e a travolgere tutto e tutti anche se non si conosce ancora la causa. Al momento sembra chiaro che gli organizzatori comunali del maxi schermo per la partita Juventus-Real Madrid non hanno rispettato gli obblighi imposti dalla circolare del prefetto Gabrielli che dal 25 maggio (dopo Manchester) chiama in causa gli organizzatori degli eventi, a cominciare dalla presenza di steward. In attesa della conclusione delle indagini, è legittimo anche chiedersi se la Questura non potesse o dovesse bloccare quell’evento per motivi di sicurezza e, forse, anche per motivi di ordine pubblico.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, commentando quanto accaduto a Torino e in vista dei 1.700 eventi previsti in estate, ha detto che “le istituzioni devono coralmente creare le condizioni perché certi fatti non succedano più”. Dunque, collaborazione pubblico-privato (come già prevedeva la circolare Gabrielli), altrimenti gli eventi non saranno consentiti. Il problema certamente non riguarderà un concerto così particolare come quello di Vasco Rossi in programma a Modena il 1° luglio: 220 mila persone, un’organizzazione e controlli di polizia giganteschi garantiranno al meglio. Piuttosto, possono preoccupare le centinaia di eventi “normali” in tante città medio-piccole dove non solo non si potrà ovviare alle regole, ma soprattutto si dovrà evitare il panico in caso di emergenza. La reazione della singola persona può essere gestita solo dalla persona stessa: andare a un concerto significa sottoporsi ai controlli e, in caso di emergenza, avere la lucidità di seguire le indicazioni di polizia, carabinieri o vigili del fuoco. Magari cantando “You’ll never walk alone” o quello che volete.

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