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Il ruolo di Lockheed Martin nel maxi accordo tra Usa e Arabia Saudita

Di Stefano Pioppi
In In Evidenza
26/05/2017
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Ventotto miliardi di dollari. Questo il valore della partecipazione di Lockheed Martin allo storico accordo militare (che di miliardi ne vale 110) che Donald Trump ha siglato con il re Salman nel corso del recente viaggio in Arabia Saudita. Il costruttore, che conferma così il ruolo di leadership nelle esportazioni militari statunitensi, fornirà sistemi di difesa missilistica, velivoli tattici, elicotteri e navi da combattimento.

Le parole della ceo Hewson
I problemi iniziali tra Donald Trump e la ceo e presidente di Lockheed Martin Marillynn Hewson non hanno intaccato la capacità di proiezione esterna del colosso della difesa Usa. Le critiche che il tycoon aveva rivolto al programma F-35 già prima dell’insediamento, e le incomprensioni che ne erano seguite con la numero uno di LM, sembrano essere definitivamente superate. “Siamo orgogliosi di essere parte di questo storico annuncio che rafforzerà le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita”, ha spiegato la Hewson, giunta a Riad con la delegazione Usa. “Siamo orgogliosi in modo particolare di come il nostro vasto portafoglio di prodotti e tecnologie avanzate per la sicurezza globale potenzierà la sicurezza nazionale in Arabia Saudita, rafforzerà la causa della pace nella regione e fornirà la base per creazione di posti di lavoro e opportunità economiche negli Stati Uniti e nel Regno”.

Il maxi accordo
L’accordo firmato dai due capi di Stato, vale “almeno 110 miliardi di dollari” secondo la Casa Bianca, con effetto immediato, ma con la possibilità di arrivare nei prossimi dieci anni a 350 miliardi. La storica intesa è destinata a “supportare la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo, rispetto alla cattiva influenza iraniana e alla minacce legate all’Iran”. In altre parole, cementificare, con miliardi in armamenti militari americani, il legame tra Washington e Riad dopo che lo stesso, durante l’amministrazione Obama, si era incrinato a causa dell’accordo nucleare con Teheran.

Il ruolo di Lockheed Martin
Tra i contractor americani che beneficiano dell’accordo, solo Lockheed Martin ha quantificato il proprio peso: 28 miliardi di dollari. Sono diversi i documenti che riguardano il costruttore. Prima di tutto, alcune Letters of offer and acceptance (Leo) e un Memorandum di intenti permettono le vendite governement-to-government (g2g) dei programmi LM riguardanti sistemi integrati di difesa missilistica e aerea, navi da combattimento multi-missione, sistemi radar, sistemi di sorveglianza, aerei tattici e programmi ad ala rotante. Un’altra lettera d’intenti è stata invece firmata con l’azienda saudita Taqnia, per la creazione di una joint venture che dovrà supportare l’assemblaggio finale di (stimati) 150 elicotteri utility S-70 Black Hawk destinati al governo di Riad. Tale programma specifico, fa sapere il costruttore Usa, creerà 450 posti di lavoro negli Stati Uniti e altrettanti in Arabia Saudita, “sviluppando capacità locali attraverso il trasferimento di tecnologie e capacità”. Infine, un Memorandum of Understanding (MoU) con le Saudi Arabian Military Industries mira alla collaborazione sulle capacità di difesa, con particolare riferimento alla localizzazione degli sforzi legati al programma Multi-mission Surface Combatants (Mmsc) e a quello riguardante i velivoli aerostati. A pieno regime, tale accordo dovrebbe supportare “più di 18mila posti di lavoro negli Stati Uniti e migliaia in Arabia Saudita, come parte del mantenimento e della modernizzazione di queste piattaforme nei prossimi 30 anni”.

La Vision 2030
“Tali accordi contribuiranno direttamente alla Vision 2030 di Sua Maestà, aprendo la porta a migliaia di lavori altamente qualificati in nuovi settori economici”, ha spiegato la Hewson. Per fuggire dalla trappola della dipendenza da una sola risorsa (il petrolio), la casa regnate saudita ha difatti ideato il programma denominato Vision 2030, un ambizioso piano che punta alla diversificazione dell’economia nazionale e al potenziamento del comparto industriale attraverso la conversione delle ricchezze derivanti dal greggio, passando per la trasformazione del gigante petrolifero Aramco in holding finanziaria e per la creazione di un cospicuo fondo sovrano. Tra i settori che ne beneficeranno, c’è il comparto difesa.

Il principe ereditario di casa Saud, Mohammed bin Salman, ministro della difesa, presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo e tra i maggiori sostenitori del programma, spiegava così la Vision 2030 per il settore: “sviluppare le industrie militari del Paese per rafforzare e creare un nuovo settore economico che fornisca molti posti di lavoro e che sia fonte di grandi profitti”. L’obiettivo, aggiungeva, “è arrivare ad acquistare all’interno il 50% degli equipaggiamenti militari”; perciò, “il ministero della difesa e altri corpi militari e di sicurezza stringeranno accordi con qualsiasi attore straniero solo se legati all’industria locale”. Il più recente rapporto dello Stockholm international peace research institute (Sipri) pone l’Arabia Saudita al quarto posto al mondo per spesa militare (nel 2016 ha perso una posizione a favore della Russia) con un budget stimato di 63,7 miliardi di dollari, pari al 10% del proprio Pil, proprio mentre in ambito Nato si discute di come arrivare al 2%. In attesa che le entrate del petrolio di Riad si riversino ancora di più nella spera per la difesa, Trump ha già sancito un’alleanza pronta ad assorbirle.

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